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Schumacher: un tuffo nel mare dei ricordi

Ogni tifoso di Formula 1 ha un ricordo legato al tedesco. E anche la redazione di F1world non ha voluto tirarsi indietro

SCHUMACHER. LO HANNO DEFINITO FREDDO, ANTIPATICO, PRESUNTUOSO. MA NON SONO COSÌ, FORSE, TUTTI I PIÙ GRANDI CAMPIONI?

In pista sembrava quasi invulnerabile, il migliore. Michael Schumacher è stato uno degli esponenti dell’automobilismo sportivo mondiale di maggior talento e successo.
Nonostante provenisse da una famiglia di origini modeste, il tedesco riuscì a farsi notare subito e in pochissime stagioni dai kart passò alle monoposto fino alla realizzazione del sogno: correre in Formula 1.

Era un pilota deciso, aggressivo, determinato, in pista. Premuroso con la sua famiglia, divertente, solitario a tratti, fuori. La sua più grande sfida porta il nome di Ferrari. Dopo due titoli mondiali ottenuti con la Benetton, Schumacher decise di rimettersi in gioco nel 1996, accettando la proposta arrivatagli direttamente da Maranello. Ed è proprio in questi anni, trascorsi col Cavallino Rampante, che il Kaiser ha incantato generazioni intere.
In Italia soprattutto, in un momento storico in cui la Ferrari e il tedesco, in veste di direttore d’orchestra, riuscì a trascinare il Tricolore sul tetto del mondo. Battendo ogni record possibile e riportando la Rossa alla vittoria dopo un digiuno lunghissimo.

L’uscita sulla piattaforma di Netflix del docu-film Schumacher, ha permesso ai tifosi di scoprire un tedesco diverso, rispetto a quello che aggrediva l’asfalto. Ognuno ha un ricordo speciale legato a Michael Schumacher. Che sia stato suo accanito fan o un semplice appassionato di Formula 1. E anche la redazione di F1world.it ha ripensato al Kaiser, regalando ai lettori un’immagine del tutto personale.

CHIARA DE BASTIANI

Sono cresciuta passando le domeniche pomeriggio sul divano con mio papà a guardare le gare di Formula 1. Quando ero piccola non capivo cosa fosse il mondo del Motorsport, per me era solo una scusa per passare del tempo con mio papà quando non poteva giocare con me. La mia passione è nata grazie a lui e la mia storia con Schumacher inizia ancora prima della mia nascita.
Era il 3 settembre 1999, il giorno del mio compleanno, quando Michael è tornato a correre in pista dopo l’incidente a Silverstone. Mio papà aveva preso un giorno di permesso dal lavoro per rivedere Schumi e aveva passato tutto il giorno in Autodromo, a Monza. A un anno di distanza è iniziata quella che ancora oggi chiamiamo “l’Era Schumacher”.

Posso dire io c’ero quando il tedesco della Ferrari ha riportato la Rossa sul tetto del mondo e c’ero anche quando ha riconfermato il titolo negli anni a venire. Ero troppo piccola però per creare dei ricordi da lasciare impressi nella mia memoria. Tuttavia, papà mi ha raccontato più volte come ha vissuto la gara di Suzuka del 2000.

Mia mamma era uscita di casa e gli aveva chiesto di accudirmi, che avevo poco più di un anno. Inutile dire che si è completamente dimenticato di me fino a quando mi ha svegliato con le sue urla dopo che Schumacher aveva tagliato il traguardo. Sono cresciuta seguendo il suo mito e la sua leggenda. Da piccola sfoggiavo orgogliosa la magliettina di Michael che i miei genitori avevano comprato a me e mia sorella e a Babbo Natale chiedevo il cappellino Ferrari. Schumacher l’ho conosciuto attraverso i ricordi e i racconti di mio papà che lo hanno sempre reso ai miei occhi un vero e proprio supereroe.

Ho iniziato ad amarlo solo quando l’ho rivisto correre e ho iniziato a capire le emozioni di cui parlava. La cosa che più mi ha colpita è che riusciva a far sembrare le cose più difficili e impossibili, estremamente facili. Reputo fortunati coloro che hanno vissuto le sue imprese e, personalmente, darei qualsiasi cosa per tornare indietro nel tempo e poterle vivere. Mi sono dovuta accontentare di vedere la sua storia, le sue vittorie e le sue sconfitte anni dopo.

Come diceva Enzo Ferrari: “la passione non la si può descrivere, la si può solo vivere”, dunque come potrei descrivere Schumacher? Spesso in Formula 1 si parla di numeri. Contiamo i mondiali, le vittorie, le pole position e così via, ma penso che Michael sia molto più di questo. I suoi numeri parlano da sé e lo collocano nell’Olimpo dei piloti, ma la sua eredità va oltre. Ha reso la Formula 1 un fenomeno mondiale, avvicinando le masse a questo sport grazie al suo carisma. Chiedete ad un bambino il nome di un pilota e risponderà Michael Schumacher. Ha lasciato un segno profondissimo, tanto che anche i più giovani, ancora oggi, rimango affascinati e ammaliati dalla sua storia. Per me Schumacher è sempre stato un modello a cui ispirarsi e un esempio di determinazione, forza, talento e coraggio. Michael è stato e resta il mio campione preferito.

DAVID BIANUCCI

Monza. Era il 2005 e l’Autodromo era inondato dai tifosi. Alonso e Raikkonen si stavano giocando il mondiale, anche se Kimi partiva indietro e aveva dieci avversari da superare. La corsa si chiuse con la vittoria di Montoya su Alonso. Al terzo posto Fisichella e quarto, un grande Raikkonen.
Durante il giro d’onore gli appassionati non lesinarono applausi ai piloti. Solo uno di loro ebbe l’onore del boato. Partito sesto, chiuse la corsa in decima posizione. Era Michael Schumacher.

Ho sempre pensato che Schumacher non fosse amatissimo, in Italia. Perché non parlava l’italiano, perché nella sua carriera da ferrarista non erano mancati errori madornali, perché era stato avversario di Senna. E invece Schumacher, nei circuiti, dove si ritrovavano gli appassionati veri che non si accontentavano di leggere il giornale il lunedì, era semplicemente idolatrato. Questo imparai il 4 settembre 2005, seduto sulla tribuna esterna della prima variante.

SILVIA QUARESIMA

Essere nati nella seconda metà degli anni ’90 ha significato non aver avuto la possibilità di godersi uno dei più grandi mostri sacri della Formula 1. Avevo a malapena quattro anni quando Michael Schumacher vinse il suo primo titolo con la Ferrari, il terzo dopo i successi in Benetton del ’94 e del ’95. Ricordi sfocati di una TV a tubo catodico con le immagini delle imprese di un tedesco alla guida di una macchina rossa commentate da Mazzoni – quella voce invece sì, la rammento bene.

Successivamente è stato come tornare indietro su una strada più o meno familiare ripercorrendo gli stessi passi. Il mio è solo un frammento d’infanzia, nulla in confronto a chi lo ha vissuto davvero. Un (dolce) frammento d’infanzia che seppur piccolo conservo con estrema gelosia.

ELEONORA OTTONELLO

A chi, come me è nato a fine degli anni ’80 e ha iniziato, prima o dopo, ad appassionarsi alla Formula 1, è altamente probabile che il nome di Schumacher ne abbia segnato l’adolescenza. Nel mio caso specifico, posso dire che mi ha accompagnato soprattutto dopo quel periodo. Se, negli anni d’oro con la Ferrari riuscii a seguire il Kaiser solo in televisione, è dal suo passaggio in Mercedes che ho potuto vederlo anche in pista.
Di Schumacher ne ho lette di ogni. Descritto come un personaggio distaccato, algido, attento, a tratti indisponente nei confronti degli appassionati, io, parlando del triennio Mercedes, sono costretta a offrirne tutt’altra descrizione.

Per noi, prendere parte al GP d’Italia era un’imperativo. E aspettare i piloti, al venerdì mattina, dai cancelli dell’Hotel de la Ville di Monza era una tradizione. Ci vedevamo sempre allo stesso posto, alla stessa ora e aspettavamo l’uscita di chi soggiornasse nella struttura. Era il 2010. Eravamo decisi ad “alzare le tende” e cominciare a incamminarci verso la pista quando, l’apparizione di una bicicletta elettrica con la sigla MS, ribaltò i nostri piani. Dopo pochissimi minuti uscì Michael Schumacher, in persona, dall’ingresso principale dell’Hotel. Non credevamo ai nostri occhi.

Se mi guardo indietro, rivedo la me, all’epoca. Rimasi ferma a guardarlo scendere i gradini, impietrita. Non so se in quel momento provassi più incredulità nel vederlo davanti ai miei occhi, a nemmeno una ventina di metri, o se fu l’autorevolezza che emanava a non farmi muovere o il grande rispetto che provavo nei suoi confronti.
Ci fece segno di avvicinarci. Eravamo solo in tre. A me scese qualche lacrima ma non se ne accorse nessuno.
Solamente dinanzi a lui iniziammo a investirlo di parole come si potrebbe fare con un amico che non vedi da un mese. Sembrava quasi che volessimo raccontargli tutto, ringraziarlo per tutto quello che aveva fatto. Quasi come se lo avesse fatto solo ed esclusivamente per noi.

Schumacher non smetteva di sorridere e si comportò con noi come un padre. Nel momento in cui iniziammo a scaldarci troppo ci rimise sull’attenti e poi firmò autografi e fece foto con tutti. Con dolcezza, pacatezza e con quella tranquillità che un genitore è in grado di trasmetterti. Ne avrei di altre occasioni tipo questa da raccontare. Ripetemmo tutto, ancora, nel 2011, nel 2012. E sono sicura che avremo proseguito la tradizione, con lui, non più come pilota, forse in veste di ambassador o consulente, se solo il destino fosse stato meno crudele.

ANNA VIALETTO

Ripensare a solo uno dei ricordi che Schumacher mi ha regalato, inconsapevolmente, nel corso della sua carriera… beh, è una scelta molto complessa! Dopo averci pensato attentamente, però, ho deciso di raccontarvi un momento particolare che porto nel cuore da tanto tempo.
Era il 2011. Nei mesi estivi avevo partecipato a uno scambio in Spagna, ottenendo una piccola retribuzione per il mio stage, nel momento esatto in cui avevo stretto tra le mani quella busta, ero già sicura di come utilizzar quei soldi. Avevo acquistato quasi seduta stante i biglietti per due giorni a Monza, walkabout + prove libere del venerdì.

Nel momento esatto in cui ho messo piede in pit lane, i miei occhi hanno iniziato a saettare da una parte all’altra, alla ricerca di qualcuno che ci assomigliasse. In quell’anno Schumacher correva con la Mercedes, che non è mai stato il mio team del cuore. Ma in quel momento, non mi interessava. Presa dall’esuberanza dei miei quasi 18 anni, volevo vederlo, fargli una foto, qualsiasi cosa.
Sognavo addirittura di farmi autografare la maglia.
Dall’alto del mio metro e sessanta, però, non riuscivo a vedere assolutamente nulla. La mia visuale era caratterizzata da mani, cappellini, telefoni che svolazzavano di qua e di là. Sentivo le urla dei tifosi, gli applausi, i cori. Ma davanti a me c’era solo un muro di persone.
Questo finché, a un certo punto, non ho sentito qualcuno che mi prendeva in braccio e mi metteva sulle spalle: il compagno di mia cugina doveva aver captato qualcosa, perché nel momento in cui mi sono alzata sopra le teste delle persone davanti a me lo vidi. È stato un attimo, sapete? Questione di secondi.

Ricordo il cappellino argento con le finiture rosse.
Ricordo la maglia bianca, con i colori della Petronas.
Ricordo che sorrideva, firmando autografi, stringendo mani, scattando foto.
E ricordo me: con le lacrime agli occhi, il groppo in gola e quella sensazione di farfalle allo stomaco che, ancora oggi, mi prende all’improvviso quando penso al grande campione che per me Schumacher è stato e alle emozioni che mi ha saputo regalare nel corso della sua carriera.

GABRIELE GRAMIGNA

Era un freddo lunedì sera di gennaio e, mentre tornavo a casa dalla piscina con mio papà, alla radio passarono la notizia del ritorno di Schumacher nel Circus al volante della Mercedes.
A quel punto dissi soltanto, “Beh papà credo che da quest’anno tiferò Mercedes”. La cosa bella è che all’epoca ancora non seguivo la Formula 1. Mi definivo ferrarista, senza capirci granché. Eppure per quanto fosse debole il mio legame con la Rossa all’epoca, bastò la notizia del ritorno di Schumi con un’altra veste, per farmi cambiare tifo.

Michael Schumacher Monza
Credit: F1world.it

SABRINA ACETO

Un nome come quello di Schumacher non passa inosservato ed è un cult anche tra i non appassionati di Formula 1, perché si può anche non aver mai visto un GP, non sapere niente di prove libere, qualifiche, giri veloci, regolamenti tecnici e tutto ciò che ne concerne, ma una leggenda del suo calibro sa farsi spazio, identificandosi come icona del Circus stesso, perché sa diventare persino un’espressione di utilizzo quotidiano.
Quando non ero ancora un’appassionata di Formula 1, anzi il Circus era lontano anni luce dal mio mondo, sono sempre rimasta affascinata e allo stesso tempo divertita dalla frase rivolta a parecchi automobilisti, che nonostante circolassero in centri abitati, sfrecciavano come se stessero disputando un Gran Premio: “Ma chi ti credi di essere Schumacher?”.

Nella mia cerchia di conoscenti e non, era diventata una frase di uso comune in modo disarmante, capitava di sentirla dappertutto, quasi come si stesse parlando di un amico, di una persona che fa parte del proprio quotidiano. Ho sempre identificato perciò Schumacher come un eroe che dell’alta velocità ne aveva fatto un’arte e per questo era consacrato in ogni modo, perché riusciva a essere così onnipresente anche nel linguaggio comune.
Una volta che ho effettivamente iniziato a seguire la Formula 1, l’opinione non è cambiata, e non è per i sette titoli mondiali, per aver riscritto la storia o per l’aver macinato record su record, ma perché i veri campioni sono quelli che con le imprese eroiche effettuate in pista, non solo fanno battere all’impazzata i cuori degli appassionati, ma sanno entrare nelle case di tutti con una semplicità che quasi spaventa. E Schumacher questo è per me: un eroe senza tempo, che è entrato simpaticamente nel mio quotidiano, prima ancora che io mi appassionassi al Circus stesso!

SILVANO LONARDO

Era il 29 ottobre 2006, eravamo in tribuna centrale a Monza per il consueto appuntamento del Ferrari Day, a dire il vero quello era un evento particolare. Michael aveva annunciato il proprio ritiro dalle corse e aveva deciso di salutare i tifosi proprio nel cuore della Formula 1 italiana.

La giornata trascorreva come da programma, fino a quando i megafoni non annunciarono l’arrivo di Schumacher; non c’era spazio per vedere nulla, le bandiere Ferrari sventolavano in ogni e dove mentre dall’alto un paracadutista scendeva con lo striscione “Grazie Michael”.
Questo era niente!!! Schumy entra in pista, bacia la sua Ferrari e inizia il suo giro davanti a tutti accompagnato da Jean Todt e Luca di Montezemolo. Da quel momento non poteva non scendere una lacrimuccia, pensando agli anni in cui regalò a tutti noi “Tifosi della Rossa” un grande sogno diventato realtà.

Mondiali Ferrari Day 2006
Credit: Silvano Lonardo

Redazione

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