Analisi della redazioneFormula 1

Solo tre giorni di prove invernali: a cosa servono?

Chi ha seguito la tre giorni di Sakhir non può non aver provato fastidio e nostalgia per la brevità dei test. Che senso hanno sessioni così brevi?

Ridurre a soli tre giorni le prove invernali riduce (forse) i costi, ma impedisce a team e appassionati di capire qualcosa delle nuove vetture

Cosa avranno avuto nella testa i dirigenti della Formula 1 quando hanno deciso per la riduzione dei giorni di prove invernali? I costi, ovviamente. E poi lo strapotere Ferrari, anche, visto che Todt faceva provare in contemporanea anche tre squadre test alla volta. Schumi a Barcellona, Badoer al Mugello e Bertolini (o un qualsiasi altro anonimo e invece meritevolissimo collaudatore) a Fiorano. No no, troppo vantaggio. Limitare le prove, così si riallineano le prestazioni!

Però le prestazioni non si sono riallineate, visto che le ondate RedBull e Mercedes hanno ridotto negli anni i gran premi a eventi dal pronostico scontato. E per contro sono venute a mancare occasioni attesissime dai tifosi per seguire la Formula 1 anche al di fuori degli eventi ufficiali, costosi e affollati.

LE PRESENTAZIONI DELLE NUOVE MACCHINE E LE PROVE INVERNALI: MILIONI DI FANS PREMIATI DOPO MESI DI ATTESA

Un tempo l’inverno era tempo di speranze e curiosità. Le prime presentazioni di inizio anno precedevano decine di giorni di sessioni invernali. Prima sui circuiti privati, poi in sessioni comuni, magari al caldo del Brasile o del Sudafrica, le varie squadre studiavano le nuove vetture. Con tutto il tempo per perfezionare il motore, l’aerodinamica, l’adeguamento alle gomme e tutto quanto servisse per presentarsi alla prima gara con una conoscenza adeguata dalla macchina.

Celebri anche i giorni di prove invernali del Paul Ricard, l’unico circuito europeo dove le temperature non si abbassavano troppo. E seguitissime le cronache di fine giornata con tempi tutti da decifrare ma comunque indicativi del grado di crescita di una macchina.

SPARUTI GRUPPI DI TIFOSI SULLE TRIBUNE O NASCOSTI IN PUNTI STRATEGICI: COME NASCEVA UNA PASSIONE

Erano, le prove invernali, anche un’occasione per gli appassionati di avvicinarsi alle macchine senza spendere centinaia di migliaia di lire. Tanti giovanissimi hanno contratto la passione per le corse grazie a questi giorni freddi e clandestini, magari passati accanto al padre o ad uno zio. A vedere girare per centinaia di volte la macchina rossa vista solo in televisione, finalmente assaporando dal vivo la velocità e l’urlo dei motori.

Giorni prove invernali
Credits: Ferrari.com

Che fossero aperte al pubblico o meno, queste sessioni permettevano di vedere per la prima volta all’opera un pilota appena arrivato. Oppure ascoltare il suono di un motore nuovo di pacca o assistere agli shake down seguiti da stint sempre più lunghi, anche se talvolta interrotti per ore dal lavoro dei meccanici.

Per non parlare della squadre: che potevano completare programmi di test lunghi come vocabolari, provare soluzioni davvero estreme o spremere un giovane di talento ma ancora privo di esperienza.

LA RIDUZIONE DEI GIORNI DI PROVE INVERNALI FINO ALLA COMPLETA PERDITA DI SENSO DEI TEST

Ora è tutto (quasi) finito. I giorni di prove invernali sono stati ridotti negli anni a qualche decina, poi sempre meno, fino agli incredibili tre (tre!) di quest’anno. Tre giorni sono niente. Sono una presa in giro. Spostare nel deserto decine di ingegneri e meccanici, tonnellate di materiale per provare brevemente le nuove macchine davanti ad un pubblico assente sono un pessimo esempio di gestione di uno sport popolare in tutto il mondo.

La frase più frequente che si sentiva dal paddock la domenica sera sarà stata: “Ora rimpacchettiamo tutto e torniamo qua tra due settimane, sperando nel frattempo che tutta questa miriade di dati serva a qualcosa”. Sicuramente servirà a far girare giorno e notte costosissimi codici di calcolo, alimentare i database dei simulatori (non meno esosi), far girare la testa a decine di ingegneri alla ricerca di correlazioni imperscrutabili. E lasciare chi segue la formula 1 nella confusione più totale in vista della prima gara.

Non era meglio il panino con la frittata e il freddo ai piedi nel bosco sopra la Casanova Savelli? Schumi sfrecciava a pochi metri, i tecnici ritornavano a casa con un sacco di dati “veri” e padre e figlio (o figlia) erano contenti come pasque.

David Bianucci

Mi chiamo David Bianucci, nato a Prato ma trasferito per amore e lavoro sui colli Euganei in provincia di Padova. Sono uno sportivo a livelli di fanatismo, ho praticato la pallanuoto per vent'anni e ora faccio i campionati di nuoto Master. Ma le sensazioni più forti me le ha sempre regalate la Formula 1, sin da quando a nove anni ho visto il Gran Premio di San Marino del 1981. Sono seguite sveglie notturne per vedere i gran premi asiatici, autentiche fortune spese in riviste specializzate, giornate tra le frasche del Mugello per guardare girare di nascosto Michael Schumacher. Essere diventato nel frattempo Ingegnere Meccanico non ha migliorato la cosa... Scrivo perchè non posso fare niente per evitarlo.

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