Analisi della redazioneFormula 1

Lewis Hamilton e la grandezza del saper perdere

Dopo la sconfitta di Abu Dhabi il campione della Mercedes ha dimostrato l’eleganza tipica dei più grandi. Perchè solo un fuoriclasse è in grado di saper perdere con la stessa classe con cui è in grado di vincere

Hamilton ha perso il Mondiale, ma è stato capace (una volta di più) di ritagliarsi un’altra pagina nella storia di questo sport.

Non tutti sono in grado di vincere, perchè a farlo sono soltanto i migliori. É altrettanto vero, però, che non tutti sono in grado di perdere, perchè per farlo serve una nobiltà d’animo, un senso dello sportività e un rispetto per l’avversario assolutamente non comune. Ebbene, nella domenica di Abu Dhabi, Lewis Hamilton è riuscito a mettere insieme le due cose, uscendo dalla sconfitta con la stessa classe di chi ha invece festeggiato il campionato del mondo.

Eppure perdere non è mica facile. Non lo è ancora di più per chi, nella sua carriera, è sempre stato abituato a vincere. E in fin dei conti avrebbe meritato di farlo anche stavolta. Perchè, a pensarci bene, nella domenica di Abu Dhabi Hamilton è stato perfetto. Scattato dalla seconda posizione, al via ha confezionato una piccola magia, riuscendo a scavalcare Verstappen nonostante la mescola più dura. Da lì in avanti ha poi fatto il vuoto, scavando il solco che sembrava proiettarlo verso l’ottavo titolo iridato, il record dei record, quello che l’avrebbe issato in cima tra i più vincenti di sempre, lasciando a 7 Michael Schumacher.

A scombinare i piani non è stato Verstappen, la cui rincorsa si era ormai arenata. Non è stata la Red Bull, che pure aveva cercato di ostacolarlo usando Perez nel più scaltro dei modi. A fermarlo è stato l’incidente di Latifi e la conseguente Safety Car, che ha annullato i suoi dodici secondi di vantaggio condannandolo alla più surreale delle beffe.

LA CULTURA DELLA SCONFITTA

Sul finale di Abu Dhabi tanto si è scritto e tanto si scriverà. Le regole sono state sacrificate sull’altare dello show, consegnandoci una ripartenza anche quando non c’erano le condizioni regolamentari per averla. Quello che abbiamo visto nell’ultimo giro di Yas Marina, di fatto, non era un duello ma una carneficina. Perchè nessun pilota, neppure il più abile e talentuoso, avrebbe potuto resistere in quella condizione di pneumatici. Verstappen aveva delle Soft nuove di zecca, Hamilton aveva delle Hard che avevano già fatto oltre 40 giri. Una differenza di grip quantificabile in circa tre secondi al giro. Quando Michael Masi ha fatto ripartire la corsa Hamilton, nella sua testa, sapeva già di aver perso il Mondiale.

Al termine di una stagione piena di astio e veleni, e nel cuore il comprensibile sentimento di chi ha appena subito una mezza ingiustizia, Hamilton una volta sceso dall’abitacolo della sua Mercedes ha dimostrato l’eleganza tipica dei più grandi. É andato da Verstappen, lo ha abbracciato, gli ha stretto la mano e si è congratulato con lui. Nello stesso momento, papà Anthony faceva lo stesso con Jos, che pure nelle ultime settimane si era reso protagonista di uscite evitabili e parecchio infelici.

Nello sport odierno scene di questo tipo si vedono molto raramente. I perdenti sono spesso i primi a rifiutare il loro status, nelle parole, nelle azioni, nella gestualità. Così Cristiano Ronaldo, quando sa di non vincere il Pallone d’Oro, non si presenta direttamente alla cerimonia di premiazione. Così i calciatori della Nazionale Inglese si tolgono dal collo quella medaglia d’argento consegnata pochi istanti prima. Ecco, nella domenica di Abu Dhabi, metaforicamente Hamilton quella medaglia d’argento l’ha invece baciata e stretta a sè. Consapevole di uscire dall’autodromo più forte di come era entrato.

UN HAMILTON CHE HA ANCORA TANTO DA DARE

L’umanità di Hamilton spicca ancor di più se pensiamo al contesto nella quale è emersa. Una F1 in cui i team già preparavano il pool legale per andare a farsi giustizia in tribunale. Dove la direzione gara ha finito per sconfessare se stessa in modo clamoroso. E in cui gli appassionati si sono fatti trascinare in polemiche accese da chi avrebbe avuto invece il dovere di spegnerle. Un Circus che, in definitiva, non si è dimostrato all’altezza dei suoi due protagonisti più brillanti, Hamilton e Verstappen.

In una stagione sempre vissuta di rincorsa, Hamilton può rimproverarsi davvero poco. Ha riaperto la contesa anche quando, dopo il Messico, sembrava praticamente chiusa. Ha confezionato, ad Interlagos, una gara leggendaria, degna del suo mito, Ayrton Senna. E in fin dei conti è stato sconfitto soltanto dal destino. Che, questa volta, è stato perfino più forte di lui.

A 36 anni (saranno 37, a gennaio) Hamilton appare ancora ben lontano dall’imboccare il viale del tramonto. É ancora in grande forma, come del resto lo era Schumacher nel 2006 dopo aver perso il Mondiale con Alonso. Dall’anno prossimo la Formula 1 inizierà una nuova era, con nuove monoposto, nuove sfide, nuove gerarchie. Ma noi siamo sicuri che Hamilton sarà ancora lì. Pronto a riprendere il suo viaggio dal punto in cui solo Latifi è stato in grado di fermarlo.

Danilo Tabbone

Mi chiamo Danilo, ho 20 anni, vengo dalla Sicilia e studio all'Università di Palermo. La Formula 1 è la mia più grande passione, la seguo da quando ero bambino, e le emozioni che mi suscita sono parte integrante della mia personalità. Dal 2020 scrivo per F1world.

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