DichiarazioniFormula 1

Montezemolo a ‘Tuttosport’: “Agnelli voleva cacciare Todt. Quante domeniche in azienda…”

Le parole dell’ex presidente Ferrari al quotidiano torinese, a trent’anni dalla sua nomina

Impegnato e non protagonista. Nel novembre del 1991 Luca Cordero di Montezemolo diventava presidente della Ferrari. Lo sarebbe stato fino al 2014, ma ancora oggi, ripensando a quegli anni, tiene un basso profilo

Prima l’esordio in Ferrari in più ruoli, dal 1973 al 1977, poco dopo che la Fiat ha salvato Maranello da guai peggiori, e dopo il rifiuto di patron Enzo a chiudere con la Ford. Poi il ritorno, svariati anni dopo, da numero uno dell’azienda. Facile pensare alle gioie, ai Mondiali di Schumacher e Raikkonen, a quello sfiorato di Massa nel 2008, alle vittorie a Monza e Imola. Eppure, per Luca Cordero di Montezemolo, le cose non erano iniziate sotto i più floridi auspici. 

LE MACCHINE IN CORTILE

“Ricordo bene i miei inizi con la Ferrari”, dice Montezemolo in una lunga intervista a “Tuttosport”. “La situazione era di angoscia e di crisi. Da un lato ero contento di tornare in quei luoghi magici, dall’altro ero consapevole che le cose non stavano andando bene. La Ferrari non vinceva e non vendeva. Ricordo bene la prima riunione per conoscere i cosiddetti primi livelli dell’azienda. Ebbi una impressione pessima. Arretratezza, conservazione, sguardo rivolto al passato e anche una punta di presunzione. Tre mesi dopo la mia nomina la Ferrari dovette ricorrere alla cassa integrazione. C’erano le macchine invendute nei piazzali. La situazione dell’azienda rischiava di prendere una piega molto molto brutta”.

A proposito di presunzione, Montezemolo racconta anche cosa accadde in quella riunione quando l’argomento divennero i modelli della casa di Maranello: “Chiesi informazioni sulla 348. L’avevo acquistata anche io, la mia prima Ferrari. Me ne parlarono tutti in modo entusiasta, e io ascoltai in silenzio. Poi dissi: ‘E’ una macchina che fa schifo. Un ragazzo l’altro giorno mi ha superato a un semaforo con una Golf GT’. E anche Lauda mi disse che era inguidabile…”

Montezemolo deve lavorare dal basso, non solo le questioni sportive e pratiche, ma anche un radicale cambio di mentalità all’interno dell’azienda. Sino a quando, due anni dopo la sua nomina, arriva Jean Todt: “L’ho voluto fortemente. Non veniva dalla Formula 1 e non era italiano, ma era il momento di fare scelte coraggiose. I primi sei mesi gli rimasi addosso fisicamente. Era una gran lavoratore, avevo bisogno di un organizzatore. Avevo bisogno di lavorare prima sul piano industriale, oltre che su quello sportivo. E abbinare entrambi”.

IL “CARO” SCHUMACHER

“Avevamo Byrne e Brawn, avevamo giovani elementi nel reparto corse. Mancava un grande pilota, il fuoriclasse. Eravamo pronti”. Così Montezemolo ricorda poi l’arrivo di Schumacher. “Lo prendemmo, e l’Avvocato lo chiamò il “caro” Schumacher. E quel “caro” aveva un duplice significato…”. Una decina d’anni ad alto ritmo. Prosegue Montezemolo: “Dal 1991 al 2000 sono stati anni veramente pieni di lavoro. Ricordo le domeniche in azienda, le tante giornate che finivano a notte fonda. Nel 1996, quando arrivò Schumacher, la monoposto aveva tanti problemi. In Francia ne avemmo uno anche nel warm-up. E rivelo una cosa che non ho mai detto: Agnelli mi disse che nell’estate di quell’anno voleva cacciare Todt, perché se avevamo preso un grande pilota ma poi facevamo queste figuracce, voleva dire che chi comandava non andava bene. E io dissi che in caso se ne fosse andato Todt, me ne sarei andato anche io. Poi vincemmo a Spa e Monza, e tutti si resero conto che stavamo costruendo una macchina da guerra…”

Sono tre i momenti più intensi che Montezemolo ricorda: “Il primo è l’incidente tra Michael e Villeneuve a Jerez nel 1997. Presi di corsa un aereo privato a mi precipitai in Spagna. Schumacher fu contento di vedermi lì. Il secondo fu la vittoria dopo tanti anni nel Mondiale costruttori. Noi arrivammo a quel momento dopo una ricostruzione chiara, precisa, ma lunga. Poi c’è il terzo momento: la vittoria del 2000 a Suzuka. Fu indimenticabile”. Montezemolo però cita altri due momenti topici: “I messaggi ricevuti da Enzo Ferrari nel 1975 e da Agnelli nel 2000. Quest’ultimo mi chiamò a due giri dalla fine della gara, e io lo intimavo di non correre troppo, di aspettare. ‘No dai, è fatta, è fatta’, mi disse. Due momenti straordinari”.

RED BULL FAVORITA

Per Montezemolo però non è sempre facile avere a che fare con i ferraristi, oggi. “Le vittorie non si improvvisano, vanno costruite. Ci vuole dialogo, chiarezza di ruoli, sapere ciò che ognuno deve fare. C’è gente che mi ferma per strada e pensa ancora che io sia alla Ferrari. Mi dicono: ‘cosa ci fa lei qui, invece di essere a Maranello? Facciamo delle figure da cioccolatai! Che vergogna’. Inutile ricordare  a loro che io da 6 anni non ci sono più. Spero che l’anno prossimo le cose cambino, anche se credo che la Ferrari magari farà una buona macchina, ma non vincente. Però cambiando le regole, può sempre scapparci la sorpresa…”. Da ultimo, la lotta al titolo tra Hamilton e Verstappen. Anche Montezemolo pende per l’olandese: “Se la Mercedes non tira fuori qualcosa nelle ultime gare, la Red Bull farà il colpaccio…”

Stefano Ravaglia

Stefano Ravaglia nasce a Ravenna nel 1985. Giornalista pubblicista, appassionato di calcio e della sua storia, ha seguito il Milan quasi dovunque in Italia e in Europa e collabora con la testata online "Europa Calcio". Appassionato in particolar modo di calcio inglese, tesserato al Liverpool Italian Branch, si occupa anche di Formula 1.

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