2019Formula 1Interviste

Mario Donnini: “Leclerc è già il numero 1 in Ferrari”

Giornalista e scrittore, racconta da più di venticinque anni la Formula 1. E’ autore di numerosi libri e cura la rubrica ‘Cuore da corsa’ su Autosprint

L’ascesa di Leclerc, la spirale negativa in cui è entrato Vettel, la tragedia di Hubert drammaticamente impressa nella memoria e la latitanza dei piloti italiani nel panorama automobilistico mondiale. Sono tematiche che accompagnano la Formula 1 alla vigilia della tappa di Singapore: ne abbiamo parlato con Mario Donnini, giornalista e scrittore, da anni coinvolto attivamente nel racconto dello sport automobilistico. La sua conoscenza non si estende alla sola attualità, ma tocca anche quella Formula 1 del passato, pervasa da un’aura di eroismo e temerarietà, che riaffiora dalle pagine di Cuore da corsa, rubrica da lui stesso curata sul settimanale Autosprint.

Nelle ultime due corse è esploso il fenomeno Leclerc, un ragazzo a cui la vita ha tolto tanto in termini di affetti e dato tanto in termini di talento. Crede che i lutti da lui subiti lo abbiano, in qualche modo, rafforzato come pilota?

“Senza dubbio non lo hanno intaccato. La storia di Leclerc è molto vicina all’appassionato medio: lui è nato a Montecarlo e non disponeva di particolari ricchezze. Già nascere in uno dei posti più ricchi del mondo, senza però essere ricco, lo rende più vicino a noi. Charles ha dei sogni e fa di tutto per raggiungerli. Nel suo background di provenienza, ricorda un po’ Hamilton. Si è costruito grazie a meriti suoi, finché non ha ricevuto il fondamentale aiuto di Nicolas Todt, che l’ha portato in Formula 1 sappiamo con chi. Charles è così: è sempre andato avanti per meriti. Tutto ciò che sarebbe potuto arrivargli con la fortuna, per ora non è arrivato; tutto quello che può arrivargli dal merito, invece, gli arriva. Questo lo avvicina a noi, verrebbe quasi voglia di abbracciarlo”.

Crede che, con l’esplosione di Leclerc, le gerarchie alla Ferrari siano destinate a cambiare a breve?

“Sono già cambiate. La Ferrari non adotta mai la stessa strategia: ce n’è sempre una migliore e una meno efficace. Da due gare, quella migliore è sempre andata a favore di Leclerc. Certo, se parli con la Ferrari in conferenza stampa, ti risponderanno che le strategie sono eque. Ma se vedi la realtà, noti che la strategia migliore è sempre attribuita a Leclerc. Con meritocrazia, credo che Charles sia riuscito a guadagnarsi i galloni del capitano. Questo si traduce nella tattica migliore, nel momento più propizio per il giro di qualifica e nella strategia più efficace in gara. Il nuovo ‘capo ufficio’ è Charles Leclerc, non avrei dubbi”.

A 26 anni, Vettel vantava già quattro titoli sul palmares, quando alla stessa età Alain Prost doveva ancora vincere il suo primo Gran Premio. Crede che l’aver bruciato le tappe abbia poi influito negativamente sui margini di crescita di Sebastian?

“Vettel è stato il 25enne che ha vinto di più nella storia dell’automobilismo, in assoluto. Non credo che si sia molto logorato, almeno considerando ciò che gli è successo. Innanzitutto, non è vissuto in una Formula 1 vessata dagli incidenti mortali e dalla scarsa sicurezza. Psicologicamente, non è stato devastato dall’angoscia di subire un incidente grave o di correre su circuiti pericolosi. Lui ha sempre corso in una Formula 1 post-eroica, nella quale il pilota non sta sveglio la notte per il timore di rischiare la pelle. Dunque non credo che vincere tutto e subito lo abbia logorato. A me Vettel sembra più un ragazzo fulminato sotto il profilo psicologico, che non significa che è sazio. Per fare una metafora letteraria, è come uno scrittore che, dopo aver lanciato cinque best-seller, si blocca ed esaurisce la vena artistica. Se non dà segnali di ripresa, Vettel rimarrà certamente fuori dalla Ferrari”.

Passiamo alla Formula 2: il dramma di Hubert è ancora fresco. Secondo lei, va ricercato un colpevole oppure si è trattato di una tragica fatalità?

“Colpevole è una parola grossa. Quando pratichi uno sport pericoloso come l’automobilismo da corsa e vai su un circuito vecchia maniera come Spa, che annovera curve da brivido come Eau Rouge e Blanchimont, i rischi vanno messi in preventivo. Va qui richiamata l’analisi dell’ingegner Stirano sull’incidente: lui non attribuisce delle colpe, ma auspica un miglioramento in ottica futura, essendoci stato un morto e un pilota ancora in coma. L’unica soluzione prospettata è l’eliminazione dell’asfalto dalla via di fuga, che crea un ‘effetto biliardo’, tale per cui la macchina rimbalza sulle barriere. Si tratta di un problema simile a quello del motociclismo, come abbiamo visto con Simoncelli: il pilota cade e torna in traiettoria. Nell’automobilismo, questo effetto si crea con le barriere e l’asfalto sulla via di fuga. Non significa, però, che ci sia un colpevole. Il motorsport rimane pericoloso e non riusciremo mai a debellare il rischio di un incidente mortale”.

Come spiega la latitanza di piloti italiani nell’automobilismo mondiale?

“È un problema che affonda le sue radici nella crisi economica attualmente in corso. Un tempo, con l’espansione economica, gli sponsor proliferavano. Da quando questa situazione è finita, ci ritroviamo in minoranza. Sono molti di più i piloti estoni, russi o indonesiani. Bisogna che grosse entità come Ferrari e Alfa Romeo tutelino la carriera dei giovani: se loro si muovono, questa situazione viene mitigata e qualche talento emerge. Ma siamo comunque lontani dai 10 piloti in griglia degli Anni ’80 e ’90”.

Donnini è un grande intenditore anche di altre categorie di spicco al di fuori della Formula 1, tanto che, quando gli domandiamo chi sia il pilota che più lo ha emozionato, ci offre un ritratto inedito per i più.

“Non è un pilota di Formula 1 ad avermi emozionato maggiormente, ma un pilota di prototipi. Si chiama Bob Wollek. Ha provato per 33 anni a vincere una corsa per lui stregata, la 24 Ore di Le Mans. È stato spesso in testa, ma per problemi tecnici non è mai riuscito a vincerla. Morì andando in bici, centrato da un camper. Gli dicevano tutti di smettere di correre perché è pericoloso, ma il destino lo ha atteso in sella a un bicicletta”.

L’ultimo suo libro è incentrato su Alex Zanardi, un mito dell’automobilismo e non solo

“Su Zanardi c’è poco da aggiungere. La sua è una storia che condensa coraggio, resilienza, propensione a non arrendersi mai. Per questo non è solo un libro che traccia la carriera di un pilota, ma anche la vita di una persona. Questa lettura va assaporata traendo insegnamento non solo su come si deve correre, ma anche su come si deve reagire di fronte a determinati drammi”.

 

 

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Luca De Franceschi

Sono Luca, studio Lettere e seguo la Formula 1 da una decina d'anni. Mi sono appassionato a questo sport durante l'era dei successi di Michael Schumacher con la Ferrari, per poi assistere alle prime vittorie di Fernando Alonso, Lewis Hamilton e Sebastian Vettel. A casa ho diversi DVD sulla storia di questo sport, che mi hanno fatto conoscere i piloti e le auto del passato. Ho anche la passione dei kart, sui quali ogni tanto vado a girare.

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