Analisi della redazioneFormula 1

La famiglia Piccinini e il motorsport, istantanee senza tempo

Ospite martedì sera della nostra diretta, Roberto, figlio di Pietro e nipote di Giancarlo, ci ha aperto parte del suo archivio

Otto milioni di immagini, 26 armadi di archivio. Non ha potuto mostrarcele tutte, ovviamente, ma con Roberto Piccinini abbiamo trascorso due ore di pura passione sportiva vissuta sul campo

Lo avevamo intervistato in estate, e qui trovate la chiacchierata divisa in tre parti. Anche ieri sera è stata dura fermarsi sulla nostra pagina Facebook: centoventi minuti esatti a divincolarsi tra rally e Formula 1, piloti conosciuti e meno conosciuti, piste e aneddoti come se piovesse. Collegato dal suo studio fotografico, l’Actualfoto di Bologna, Roberto ha snocciolato la sua carriera fotografica sui circuiti lunga diciotto anni, conclusa nel 2000, e portata ora avanti con qualche ulteriore presenza ma soprattutto la custodia di un archivio imponente. 

Negativi, diapositive, raccoglitori e tutti i numeri di “Autosprint“, ma proprio tutti, rilegati uno a uno. E una battaglia ben precisa: “Vi siete mai chiesti cosa c’è dietro a una foto? Certo, oggi è semplice: ognuno di noi va su google, prende una immagine, la salva e la pubblica. Ma non si chiede mai chi l’ha scattata. E’ un problema di cultura, e in Italia su questo tema si è fatto ancora molto poco per istruire le persone”. 

PAPA’ E ZIO, DUE PIONIERI

Nel 1950 nasceva il mondiale di Formula Uno, ma soprattutto Pietro e Giancarlo Piccinini si davano da fare per portare dinnanzi agli occhi dei tifosi le ruspanti immagini dei bolidi dell’epoca. Un mestiere duro, difficile, in un periodo in cui esistevano semplici fotografi che inviano le immagini al quotidiano e ancora non esistevano gli studi fotografici. Condividiamo con lui una immagine tanto romantica quanto evocativa: papà Pietro a Monza, durante una gara di vetture coperte, sdraiato per terra, a pochi centimetri dall’asfalto. Spesso siamo nostalgici di una Formula 1 che non c’è più, e non parliamo solo di piloti e monoposto, ma anche di quel rapporto così speciale tra chi guidava e chi stava dietro le quinte come i giornalisti e gli stessi fotografi. 

Roberto Piccinini ha incrociato gli sguardi di Enzo Ferrari, Ayrton Senna, Felipe Massa. Epoche e cicli diversi, tanto per dirne tre. “Una delle cose più belle è aver fotografato piloti all’epoca sconosciuti che poi sono arrivati in Formula 1. Ecco, guarda questa…”: Belgio 1997, Ron Dennis, pluridecorato capo della McLaren, abbraccia un dodicenne. Si chiama Lewis Hamilton. E a proposito di Belgio: “Spa è fantastica. Ci sono iniziative e intrattenimenti quando vai al circuito per esempio nella gara di 24 ore: discoteca, fuori d’artificio, luna park. Qui siamo ancora molto molto indietro. Sarebbe bello fare di più in questo senso”.

MONZA, PATRIA NOSTRA

A Monza, per esempio. Un’altra istantanea è quella di una Ferrari alla prima variante, che passa al fianco di uno sbrindellato cartellone della Agip dove in quegli anni i tifosi si arrampicavano e si sedevano in posizione a dir poco pericolante. Siamo nel 1975. E poi la sopraelevata, celata oggi sotto tribuna in acciaio. “Pensate che bello – dice Roberto – se dessero la possibilità di fare un giro a pagamento sulla sopraelevata. Ci sarebbe la fila…“. Come non dargli torto. E poi Villeneuve, ritratto in quella foto storica insieme ad Enzo Ferrari, raramente sorridente come lo era quando si sedeva di fianco al suo pilota prediletto. 

Non solo la classe regina però: c’è anche una Lancia circondata da zebre immersa nel rally safari, e un’altra vettura immersa nella neve del rally di Montecarlo. Già, anche il rally ha una parte fondamentale nella vita della famiglia Piccinini: “Il rally permette alla gente di entrare in contatto con la macchina e il pilota. Per l’appassionato è un grande plus. Vedi i meccanici che lavorano, l’atmosfera è quella di un tempo”. E le vecchie tecniche di sviluppo delle foto, così distanti dal digitale che ha rivoluzionato tutto. Ma non necessariamente in peggio. E poi i rischi, tanti. Non è un mestiere semplice e Roberto non usa mezzi termini: “A un GP del Brasile mi hanno rapinato e spogliato di tutto. Era il 1990. Tornai in albergo in mutande…”

AYRTON E GLI ALTRI

E come non finire a parlare anche di Ayrton? “Abbiamo distrutto diverse immagini più esplicite dell’incidente. Non potevo definirmi amico di Senna, ‘amicizia’ è una parola importante. Anche perché poi lui non dava sempre molta confidenza. Ma c’è un fatto che voglio raccontarvi… a un GP di Francia, credo nel 1992, io e il mio collega dovevamo rientrare in albergo e la macchina a noleggio non arrivava. Così lui uscì dai box, ci vide preoccupati, perché rischiavamo di perdere il volo. ‘Non c’è problema, vi porto io in elicottero’. E questo dava la dimensione di che personaggio fosse”. E si ritorna indietro, a quel 1981, fermato in un’altra foto. Quel casco giallo in sella a un kart, l’inizio di tutto. Il circuito? Quello di Parma, naturalmente.

E poi Graham Hill e il figlio Damon, ritratti insieme, poco prima di una gara. Due campioni del mondo in una foto. Un bambino in braccio a suo padre, tre titoli iridati in una foto. E quella libertà di portare le famiglie ai box: ci ricordiamo anche molte istantanee di Villeneuve e famiglia, prima della tragedia di Zolder nel 1982. “Quando incontrai Damon mi chiese di mandargliene una copia… è una foto pazzesca, se uno ci pensa, un padre e un figlio che diverranno campioni entrambi non è da tutti i giorni. Fino agli anni Ottanta si poteva portare spesso la famiglia, ora è tutto molto più inaccessibile”.

Si chiude con Schumacher, e l’abbraccio a Todt al GP del Giappone del 2002. Ma alcuni spettatori chiedono una 24 ore di diretta, come a Le Mans. Naturalmente non è possibile. Ma la famiglia Piccinini tornerà presto, perché il patrimonio è talmente vasto che sarebbe inopportuno non centellinarlo. Anche per approfondire un concetto, rivolto ai giovani aspiranti fotografi: “Vedo bellissime foto di giovani fotografi che hanno poca anima. Sono perfette tecnicamente, ma trasmettono meno; se concentri tutto nella post produzione, non riesci a mettere quel cuore al momento dello scatto”. 

Sorgente
Actualfoto

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