2018Analisi della redazioneGran Premio Monaco

Formula 1 | GP Monaco 2018: Daniel Ricciardo, profeta di umiltà

C’ha pensato l’amato sorriso di Daniel Ricciardo a dare brio al GP di Monaco 2018, con una strepitosa prestazione per l’intero weekend. Più forte dei problemi, più forte di Max Verstappen. Il migliore nella sua scuderia. Poca roba i vari Vettel, Hamilton e comprimari di turno. Pirelli, Dio le benedica

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Tanti i temi restituiti da questa edizione del grande slam della Formula 1 di Montecarlo, troppi, ad oscurare i dovuti meriti per una impresa alquanto titanica firmata Daniel Ricciardo. Un pilota che si trova a lottare unicamente per se stesso, da anni, dall’inizio della sua avventura bibitara ufficiale. Nonostante un rendimento di quelli fuori media per antonomasia, ratificato da numeri pesantissimi.

Questo il riflesso principale restituito dal weekend monegasco, una rivincita totale di un ragazzo come Daniel, anche maturo come pochi in giovanissima età. Capace di impressionare in ogni ambito di definizione del vero, grande pilota di Formula 1. Con l’oltre la pista che dovrebbe far riflettere, addetti ai lavori e non, per l’incorruttibile umanità che lo contraddistingue, fondata sulla lealtà, il rispetto, il sacrificio. L’umiltà. Queste, alcune delle carte migliori per uno che vuole diventare campione del mondo, che ambisce ad entrare nei cuori di qualsiasi appassionato.

Tutto scritto lì, nel suo sorriso a mille denti, proprio come Bruce, lo squalo più simpatico e cattivo dei cartoni animati. Nemo, nella fattispecie. Un ritratto perfetto coincidente con quello sguardo da ragazzotto semplice e sincero. Pronto a trasformare due dolci occhioni in quelli di un predatore vero, in carne ed ossa, imbattibile quando sente l’odore della vittoria. Queste, in estrema sintesi, le preziose doti da dentro e fuori pista di Ricciardo. Prontissimo a rispondere colpo su colpo al miasma di noie procurategli dalla sua Red Bull.

Un Team tenuto su da quel moderno arciduca asburgico, Sir Dietrich Mateschitz, un genio del capitalismo, troppo gentile verso Horner, verso il connazionale Helmut Marko, il talent scout delle “lattine”. Un signorotto esacerbato dalle sue convinzioni in materia di vivaio piloti, incline ad una perversa metodologia di crescita talenti rasentante l’ideologia dietro le arene dell’antica Roma in cui i gladiatori lottavano secondo il principio “mors tua vita mea”. Allorquando il console, il “Cesare” di turno, propendeva svisceratamente per il suo prediletto.

Come Max Verstappen, l’annunciato re di tutti i tempi della Formula 1, sostenuto senza se e senza ma dai vertici di Milton Keynes. Cresciuto in malo modo, in un clima di competizione personale senza limiti, messo coi paraocchi in un cammino da scavezzacollo. Costretto a viaggiare in totale incoscienza verso una dimensione da professionista arrivato che ancora non gli appartiene. In balia di un eccezionale talento, soggiogato da superbia, egoismo, enfatizzato da una sorta di inquinamento spirituale istigato finanche dalla figura paterna.

E come Massimo Decimo Meridio, il comandante dell’esercito del nord, generale delle legioni Fenix, servo leale dell’unico vero Imperatore Marco Aurelio, Daniel d’Australia è il gladiatore di questa beneamata Formula 1. Una condizione, talvolta da manicomio, sapientemente gestita da una indole di sopravvivenza cementata sulla pazienza. La virtù dei forti. Una mente sanissima, abile a fare dell’attendismo il suo principale nutrimento, l’asso nella manica per ogni circostanza, l’ancora di salvezza in caso di cadute. Per ogni risalita, la fionda per colpire nuovamente. E forte.

L’ennesimo emblema, stavolta targato Ricciardo, che rivede l’uomo battere la macchina, quel sistema ostile alla sua permanenza, affermazione. Il trionfo di una identità vera, corazzata dall’umiltà, l’armatura superiore per brillare in qualsiasi firmamento. E non v’è noia tecnica che tenga, non v’è discutibile deficienza prestazionale lato caucciù che possa avere il potere di interferire, lì in quell’arena di lusso, dove i battuti del sabato hanno perso in partenza la partita. Loro si, immobilizzati da scarpe troppo spesso scomodissime, senza alcun stralcio di motivo.

Ora è fatta, per il caro condottiero australe. Ha conquistato la supremazia ultima sul tavolo dei potenti, pronto, come se non bastasse, a sbattere il pugno per imporre finalmente il suo di volere. Vezzeggiato da una forza ulteriore, quella più importante atta a piegare ogni resistenza residua, qualsiasi componente di disturbo. Con il sommo potere decisionale acquisito, sarà la piena discrezionalità in suo possesso a portarlo verso l’oculata scelta relativamente il prosieguo di una carriera bellissima che chiede il giusto coronamento.

Sebastian Vettel, si, proprio lui, dall’alto della sua intelligenza, in barba all’immaginario collettivo sulla faccenda, sa benissimo che il suo male minore potrebbe rispondere solo a quel nome. L’unico paladino anche della ragion di stato, nel momento in cui, il tutto, passa preventivamente per una stretta di mano tra uomini di sport. Un eventuale approdo caldo, caldissimo, al suo fianco, una situazione da gestire con maturità, con fiducia, rispetto, complicità e piacere. Nell’intento di un obiettivo comune di concerto con la Ferrari.

La scuderia principe del Circus, condannata a vincere, sempre, di fronte ad una opzione da due galli nel pollaio da trattare coi guanti bianchissimi. L’opportunità per indebolire i competitors, per rafforzare ulteriormente un progetto in divenire. Per garantire, regalare, la coppia d’attacco che starebbe bene a tutti. Di cui tutti vorrebbero godere. Quella la sola anagrafica per il dopo Raikkonen, un treno che passa una volta sola, anche per Maranello. Daniel Ricciardo.

 

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Gianluca Langella

Ingegnere Meccanico, operante come libero professionista nel mondo degli Impianti Tecnologici Civili ed Industriali. Innamorato di auto, e dall'arrivo di quel Tedesco nativo di Kerpen, votato alla causa Ferrari dal 1996. Un amore incondizionato per la F1, da me definita come "Lo Sport che risveglia i Talenti dell'uomo." Mi è mancato il coraggio di lasciare i miei natali per andare al Politecnico di Torino a studiare Ingegneria dell'Autoveicolo. Mi rimane la scelta di osservare, analizzare, godere e non, di tutto quanto offerto, di anno in anno, da questo beneamato sport motoristico. Mi resta un sogno nel cassetto, irrealizzato, da donare, eventualmente, ad un mio futuro figlio. Quello di vederlo diventare, un giorno, Ingegnere in Ferrari.

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