Analisi della redazioneFormula 1

Da Circus a circo il passo è breve

Formula1 e Medio Oriente sempre più vicini: dall’accordo decennale con il Qatar alla nuova norma “bavaglio”. E la morale è uno strumento del marketing

Dal primo GP del Bahrain nel lontano 2004, la Formula 1 e il Medio Oriente hanno percorso una lunga strada arrivando ad ospitare quattro gare, test programmati e stipulato contratti pluriennali. L’alleanza divide i fan e fa sorgere domande di natura morale, ma nulla sembra poter fermare l’avanzata del dio denaro

Se da un lato il lento e graduale passaggio all’elettrico sta mettendo in allarme generale tutto il Medio Oriente, che da miniera di oro nero punta a diventare meta turistica esclusiva e ospitale; dall’altro la Formula 1 post pandemia ha bisogno di risanare il proprio bilancio e assicurarsi introiti provenienti dal dio denaro anche per il futuro.

Dopo una breve comparsa nel 2021 e una successiva pausa dovuta ai preparativi per i Mondiali di calcio, il Qatar tornerà nel calendario della Formula 1 2023 con un contratto decennale che lo vedrà tra le tappe del Circus fino al 2033. L’aggiunta del Qatar sollevò all’ora come oggi, soprattutto alla luce dei recenti fatti, un dibattito sulla frequente visita delle auto più veloci del mondo in Stati con discutibili approcci ai diritti umani.

Alla notizia dello storico accordo, di una durata mai concessa nemmeno a piste storiche come Silverstone o Monaco, intervenne Vettel a Motorsport.com: “Penso che il problema sia che alla fine è uno sport, ed è lo stesso di un paese, è governato da singole persone. Dobbiamo trovare le persone perfette per governare il nostro sport. C’è ovviamente un enorme interesse finanziario nell’andare in questa direzione, ma penso che a un certo punto sia necessario porre la domanda, e i responsabili debbano porsi la domanda: hai una morale? Dite dunque no a certe cose? O dici semplicemente “sì” a qualsiasi grande affare che è dietro l’angolo, ma per le ragioni sbagliate? […] Andiamo in alcuni di quei posti e stendiamo un enorme tappeto con dei bei messaggi sopra. Ma penso che ci vogliano più di semplici parole, penso che ci vogliano azioni”.

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Credit: Formula1.com

Il dio denaro vince sulla moralità

I recenti Mondiali di calcio hanno messo in luce le condizioni di sfruttamento e abuso in cui vessavano i lavoratori stranieri che hanno garantito la costruzione degli impianti sportivi, oltre che la totale assenza di libertà di espressione in merito ai diritti della comunità LGBTQ+ e la presenza di leggi discriminatorie contro le donne. Tuttavia, questa presa di coscienza da parte di fan e alcune autorità sportive non ha smosso i piani alti della FIA, convinta della propria strategia aziendale e di poter portare positività e divertimento ovunque, anche in quei Paesi dove l’affermazione del sé è motivo di arresto e punizioni corporali.

A distanza di un anno potremmo rispondere al quattro volte Campione del Mondo che no, la morale non illumina le decisioni di Stefano Domenicali e soci. Il dio denaro prevale su qualsiasi tentativo d’inclusività, e poco importa quale sia la sua provenienza. Pecunia non olet, come direbbero gli antichi romani. E la Formula 1 non è da meno al richiamo dei petroldollari provenienti dal Medio Oriente.

In molti si sono interrogati sulla noncuranza che sembra dilagare all’interno del paddock in merito alla questione, trascurando tuttavia, un aspetto fondamentale: tutti i team principali hanno grandi showroom in Medio Oriente, essendo uno dei loro mercati più redditizi. Petronas, title sponsor di Mercedes, ha firmato un accordo biennale con Saudi Aramco per i suoi progetti. Shell, sponsor Ferrari, ha stabilimenti in tutta Riyadh e Arabia Saudita. La McLaren è posseduta al 56% dalla società di investimento Mumtalalkat della famiglia reale del Bahrain.

Panem et circenses

A nulla sono serviti gli avvertimenti di diversi gruppi per i diritti umani che già due anni fa, in occasione degli appuntamenti in Medio Oriente, mettevano in guardia la Formula 1 e la FIA dal prender parte a un palese tentativo di sportwashing atto a legittimare il regime repressivo del Paese. Minky Worden, la direttrice di Human Rights Watch che sovrintende allo sport, fu inequivocabile nel condannare la decisione.

“Organismi sportivi come la Formula 1 e la FIA non possono ignorare il fatto che loro e i fan vengono utilizzati per sportwashing ha dichiarato. “Fa parte di una strategia cinica per distrarre dalle violazioni dei diritti umani dell’Arabia Saudita, dalla detenzione e dalla tortura di difensori dei diritti umani e attivisti per i diritti delle donne. La Formula 1 ha preso impegni per i diritti umani e dovrebbe spiegare come le operazioni dell’azienda miglioreranno i diritti umani in Arabia Saudita. I tifosi, i media e le squadre in gara dovrebbero usare questo momento per dire che il loro sport non dovrebbe essere associato a violazioni dei diritti umani così gravi“.

L’Arabia Saudita negli ultimi anni ha compiuto ingenti sforzi economici per ospitare eventi sportivi di primo livello, tra cui gare di Formula E e finale per il titolo mondiale dei pesi massimi tra Anthony Joshua e Andy Ruiz Jr. Anche la Supercoppa spagnola si è tenuta a Jeddah, così come la corsa di cavalli più prestigiosa del mondo, la Saudi Cup.

In totale si stima che il più grande principato arabo abbia speso almeno 1.5 bilioni di dollari nel solo 2021 per eventi sportivi di varia natura. Sulla stessa scia anche il Qatar che vanta una spesa di 220 miliardi di dollari per i recenti Mondiali di calcio. Gli eventi sportivi sono una mera esca per attrarre investitori, nobilitare la propria immagine agli occhi degli occidentali e nascondere dietro luccichio e sfarzo gli abusi e le vessazioni che vengono perpetrate in questi Stati. Il Circus della Formula 1 ha abboccato all’amo non appena ha contato gli zeri dell’assegno.

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Credit: Formula1.com

Il marketing della buona morale

Dopo l’emergenza Covid la Formula 1 ha un disperato bisogno di nuovi spettatori. La Gen-Z quindi, predisposta per nascita all’uso dei social media, diventa un terreno fertile sul quale poter fare nuovi tipi di investimenti. Non a caso è stato lo sport in più rapida crescita su Facebook, Twitter, Instagram e YouTube lo scorso anno, con un aumento del 36% con l’inclusione di TikTok, Snapchat e Twitch, mentre le visualizzazioni video sono aumentate del 47% a 4,9 miliardi. Un’ulteriore cassa di risonanza è stata l’uscita della serie “Drive to survive” su Netflix.

Il passaggio a Liberty Media ha senza dubbio svecchiato la Formula 1, rendendola uno sport d’intrattenimento, dalla forte presenza digitale e un marchio riconosciuto. Grafiche ammiccanti, social media sapientemente gestiti e tantissime attivazioni online e offline stanno rapidamente traghettando il principale campionato a ruote scoperte verso una nuova epoca, con un pubblico decisamente meno di nicchia.

È qui dunque, che entra in gioco il marketing della buona morale. Le nuove generazioni hanno infatti dimostrato una forte sensibilità in materia di diritti umani e identità di genere. Pertanto, alla luce di quanto detto fino ad ora sembra lecito pensare che slogan e hashtag in merito siano stati utilizzati come mere calamite per generare maggior traffico in rete, nascondendo in realtà la pochezza che si cela dietro.

Ad agitare ancora di più la situazione ci ha pensato la recente modifica dell’articolo 12.2.1, che vieta senza previa approvazione ogni forma di violazione della neutralità sportiva. Lasciando ben intendere agli appassionati di tutto il mondo la direzione verso cui si sta andando. Addio quindi a bandiere arcobaleno, inchini e messaggi di sensibilizzazione. Si faccia strada alla neutralità. O per meglio dire a investitori che non gradiscono particolarmente queste prese di posizione.

E, è seppur vero che sia giusto offrire a tutti la possibilità di godere di uno show come quello offerto dalla Formula 1, a prescindere dalle idee politiche proprie e del proprio governo, e che si debba prestare attenzione alla corsa automobilistica in se e non al circo che la circonda, c’è comunque da chiedersi fino a che punto si può credere in un sistema che gridava ipocritamente We Race As One durante i weekend di gara per poi stipulare accordi milionari con chi ritiene criminale proprio la libertà d’espressione del proprio io.

Come si può passare da un lato all’altro della barricata senza farsi qualche domanda? Il confine che separa lo sfavillante “Circus” della Formula 1 da un normalissimo circo itinerante diventa sempre più sottile.

Alice Lomolino

Redazione

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