Formula 1

Ciao Jules Bianchi, «Uno di noi»

Sabato 18 luglio 2015, una data che difficilmente dimenticherò nella mia vita. Come sempre appena alzata, in attesa che il caffè salga nella moka, accendo la televisione e intravedo di sfuggita un’immagine di Jules Bianchi (avevano appena fatto una notizia su di lui, ma non ho fatto in tempo a vederlo) al telegiornale, vado su mediavideo a pagina 201, e leggo: «Formula 1: È morto Jules Bianchi». In un primo momento, mi si gela il sangue, e per avere conferma inizio a fare zapping per vedere altri telegiornali, con il cellulare mi connetto in Internet, su Facebook, vedo la bacheca piena zeppa di post, frasi, dediche che parlavano della scomparsa di Jules Bianchi, avvenuta alle 2.45 della notte nel suo letto di ospedale a Nizza dopo 9 lunghi mesi di coma, da quel tremendo 05 ottobre 2014, in cui durante il Gp del Giappone a Suzuka, la Marussia con a bordo Jules Bianchi, si schiantò contro quel dannato trattore che era a bordo pista, nell’intento di spostare la vettura di Adrian Sutil, che in qualche modo involontariamente è diventato testimone del terribile schianto, e di sicuro non si dimenticherà mai di quelle immagini.
Oggi, il giorno dopo la morte di Jules Bianchi, sono ancora piuttosto sconvolta, fatico a credere, immaginarmi di non rivedere più quel bellissimo ragazzo di 25 anni, che potrebbe essere mio fratello (ho un fratello della stessa età), per il quale in tutti questi 9 mesi ho pregato, sperato, sognato che potesse farcela, malgrado le ultime notizie, dichiarazioni del padre Philippe che mi facevano capire che prima o poi il cuore di Jules si sarebbe fermato.

Ricordo che nei giorni successivi all’incidente di Michael Schumacher sulla neve a Meribel, un mio ‘amico’ scriveva un po’ infastidito, chiedendosi il perché aveva letto, tanti messaggi di affetto, per Schumi, con tanto di scritte, tipo «Schumi, uno di noi» e a lui quel uno di noi ha dato fastidio. Come avete notato il titolo di questo articolo: «Ciao Jules Bianchi, Uno di Noi».

Uno di noi, perché? Chi come me è un appassionato di Formula 1 o di qualsiasi altro sport motoristico, ogni fine settimana di Gran Premio, passa le ore davanti la televisione o al computer per vedere le prove libere, qualifiche e gara, e ogni tanto durante la settimana o nei giorni in cui non ci sono le gare, ugualmente accende la televisione o accede in Internet per vedere, leggere qualche notizia sui piloti, scuderie, dirigenti, ecc. In qualche modo, i nostri beniamini entrano nelle nostre case, nelle nostre vite, e quindi come se loro facessero parte di noi, come se fossero i nostri amici, un fratello, un fidanzato, il ragazzo della porta accanto, uno con il quale avresti voglia di uscire, passare qualche ora in compagnia. Per me è così.

 

Sono sicura che Jules avrebbe potuto dare tanto alla Formula 1, e da Ferrarista non mi sarebbe dispiaciuta un giorno vederlo al volante di una Ferrari come pilota ufficiale, con la quale avrebbe potuto dimostrare grandi cose. Ma purtroppo, il destino, la fatalità ha deciso diversamente, e in tutti noi tifosi, nel cuore dei suoi colleghi, e di chi lo ha voluto bene, rimane il ricordo e l’amarezza di non poterlo più vedere correre, o avere l’onore di vederlo salire sul podio, magari con la tuta Ferrari.

Quando ero piccola, avevo paura dei tuoni, e mio padre per tranquillizzarmi, mi diceva che i tuoni avvengono perché lassù ci sono i nonni che stanno giocando a bocce. Ora, ogni volta che ci saranno i tuoni, voglio immaginare che siano Jules Bianchi, Ayrton Senna e altri campioni che avranno acceso i motori di qualche bolide, e si staranno sfidando in qualche Gran Premio.

Buon viaggio Jules, riposa in pace, insegna agli angeli come guidare una Formula 1.

Giorgia Meneghetti

Mi chiamo Giorgia, nata nel 1986, e residente a Fermo nelle Marche. Diplomata in Perito del Turismo, e con ottime conoscenze di lingue straniere: Inglese, Francese, Spagnolo. La Formula 1 è una delle mie più grandi passioni, che seguo dal 1998. I suoi protagonisti: piloti, monoposto, team mi hanno letteralmente stregata, tanto da spingermi a scrivere, raccontarla e viverla attivamente, sognando e sperando di poter un giorno incontrarli, e diventarne parte, e magari un lavoro.

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