2018Analisi della redazioneGran Premio Belgio

Formula 1 | GP del Belgio 2018: la Ferrari è pura soddisfazione

Spa-Francorchamps. La pole monstre del sabato non è valsa l’oltre il secondo gradino del podio per Lewis Hamilton. Ecco, forse era questa la pista meno indicata per fare il mago della pioggia al sabato. Un Sebastian Vettel che non le manda a dire, che si riprende il Kemmel, che pianta la bandiera Ferrari a Les Combes dal giro 1. Volendo, dando uno sguardo al cielo.

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Come rimuovere i vincoli passati valorizzando le esperienze e creando nuovi stimoli condivisi? “Adesso darò una risposta che non piacerà. La migliore cosa da fare è togliere tutti i dirigenti che rappresentano il passato. Ad alcuni questa risposta non piace, ma se non si parte da lì il processo di risanamento non va avanti.”

Questo, un quesito con annessa fedele risposta dello scomparso Presidente Sergio Marchionne al meeting unTHINKables 2012 tenutosi alla Bocconi di Milano. Centrerebbe poco con l’oggi della sua Ferrari, al tempo un apparente sostenitore e nulla più. Nulla vieta di fantasticare, di intravedere l’applicazione di questo freddo aforisma di management aziendale anche nel suo periodo di reggenza in quel di Maranello.

A suggerire questa audace supposizione è l’epilogo della battaglia delle Ardenne d’annata. Un successo ad ampio spettro, a partire dall’oggetto dei desideri che dal lontano 2008 è mancato al cavallino rampante, talvolta con scottante clamore. La SF71H è la sintesi tecnologica del corso attuato da quell’uomo capace di rivoltare secondo tutte le ciniche logiche della gestione aziendale i destini della FIAT.

Una vettura che sembrerebbe progredire alla velocità della luce, senza imprevisti, se non quando costretta a vestire scarpe nere fuori misura. Una straordinaria opera d’arte, nata dagli uomini voluti al capezzale di Mattia Binotto, il perno di quella organizzazione orizzontale impiantata senza timori di sorta all’interno della gestione sportiva.

Uomini e donne normali, oramai pronti a far seguire alla loro comune anagrafica le proprie sembianze alle luci della ribalta. Come il giovanotto salito sul podio di Spa-Francorchamps, un certo David Sanchez, l’impersonificazione spiccicata dell’umiltà, della professionalità, della assoluta consapevolezza del proprio ruolo.

Una delle punte di un iceberg, mandata sul podio belga, a simbolo dell’estro tecnico che a partire da mamma SF70H sembrerebbe aver dato il là ad una impareggiabile vitalità tecnologica. Un quadretto completato dai nuovi motoristi, simpaticamente Iotti & Co., da geni della simulazione test, da strumentazioni ed apparecchiature di primissimo ordine utili per il consolidamento ultimo di questa avveniristica metodologia di lavoro Ferrari.

Un castello costruito a partire dalla stagione 2015, un tempo ancora affetto da una incertezza ingombrante, condizionata da una equipe mista tra passato, presente e futuro. Un tonfo pesante l’anno seguente, l’immediata ennesima esigenza di rivoluzionare il tutto. Di iniziare a proiettare al futuro soltanto, al nuovo che ha dovuto avanzare, una squadra corse martoriata da anni di impasse a tutti i livelli.

Ecco Lewis, questo è l’unico trucco Rosso di Spa. Di quel missile che ti ha strappato adesivi dalle scocche e sommo orgoglio da campionissimo. Proprio la macchina col #5 sul musetto, lì, ferma nel parco chiuso in amplesso col tabellone del vincitore. L’oggetto che forse inizi a non spiegare, credendo per un attimo di essere solo in guerra. Come Sebastian quando dovette comprendere che quel Kemmel sarebbe stato una chimera sino a data da destinarsi. Tanto quanto il sogno di vincere il primo mondiale di rosso vestito.

La Ferrari di stagione è pura soddisfazione per chiunque. È l’emblema dei fasti di un tempo, è l’urlo di un esercito rosso libero dalle sue angoscie, dalle angherie dei poteri l’oltre i campi di battaglia. L’unico, ultimo atto da compiere, una realtà tangibile sui 7004 metri della pista delle piste. Il primissimo successo di questa armata a forti tinte italiane, finalmente capace di godere del comunque perverso scenario regolamentare, ancora affetto per quota parte da smania di standardizzazione.

Non v’è più dubbio, tanta roba buona quanto lasciato dal caro Presidente. Non una assoluta garanzia di successo finale viste le tante variabili, le fatalità in agguato, le mine di un percorso verso le iridi da schivare a tutto gas. Una guerra in divenire, ben combattuta nonostante gli svarioni, contro un avversario abilissimo a colpire mortalmente quando ad avamposti sguarniti.

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Gianluca Langella

Ingegnere Meccanico, operante come libero professionista nel mondo degli Impianti Tecnologici Civili ed Industriali. Innamorato di auto, e dall'arrivo di quel Tedesco nativo di Kerpen, votato alla causa Ferrari dal 1996. Un amore incondizionato per la F1, da me definita come "Lo Sport che risveglia i Talenti dell'uomo." Mi è mancato il coraggio di lasciare i miei natali per andare al Politecnico di Torino a studiare Ingegneria dell'Autoveicolo. Mi rimane la scelta di osservare, analizzare, godere e non, di tutto quanto offerto, di anno in anno, da questo beneamato sport motoristico. Mi resta un sogno nel cassetto, irrealizzato, da donare, eventualmente, ad un mio futuro figlio. Quello di vederlo diventare, un giorno, Ingegnere in Ferrari.

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