Analisi della redazioneFormula 1Gran Premio Gran Bretagna

A Silverstone la Formula 1 torna a scoprire la propria anima

Il weekend di Silverstone è destinato a passare alla storia. Ma non per i motivi che ci saremmo aspettati alla vigilia

Le emozioni della domenica ci hanno ricordato che la Formula 1 non ha bisogno di snaturarsi per risultare attraente e spettacolare

Il popolo della Formula 1 attendeva il weekend di Silverstone come si fa con gli eventi spartiacque. Quelli che, nel bene o nel male, lasciano il segno e delineano un prima e un dopo. La terra inglese era stata scelta da Liberty Media per essere il luogo degli esperimenti, con la tanto discussa introduzione della Sprint Race del Sabato. Poi arriviamo a lunedì, e con tutto quello che è successo, sembra che la tanto annunciata rivoluzione non sia mai avvenuta.

Nell’ostinata ricerca del nuovo e della spettacolarizzazione a tutti i costi ci siamo accorti, forse troppo in ritardo, che questo sport non può distaccarsi dalla sua filosofia più pura. E che l’adrenalina non viene generata da format tanto inediti quanto astrusi, ma dallo spirito agonistico dei piloti. Quei piloti che, nella domenica di Silverstone, sono tornati a recitare il ruolo di protagonisti. In un Gran Premio di cui si parlerà per anni, ma per quello che è successo nella vecchia gara della domenica e non nella nuova garetta del sabato. E al termine di 52 giri vissuti sul filo della tensione ci sentiamo di dire che alla fine la vera Rivoluzione è stata la Restaurazione.

MAX E LEWIS, CAVALIERI DEL RISCHIO

Perchè in fin dei conti, se amiamo così tanto questo sport, lo dobbiamo soprattutto alle emozioni che solo i grandi duelli sono in grado di regalarci. E la Formula 1 moderna, malgrado una tecnologia esasperata e i nostalgismi sempre presenti, è ancora in grado di restituire agli appassionati un aspetto umano che in fin dei conti risulta comunque preponderante su tutto il resto. Max e Lewis, due uomini prima che due piloti. Due cavalieri del rischio che alla Copse si sono spinti oltre il loro stesso limite.

Del contatto si è già scritto e letto tanto, ma ci tengo a rimarcare un concetto, che a me è sembrato decisivo. Nessuno tra Hamilton e Verstappen ha fatto nulla di concreto per evitare l’incidente. Il britannico ha lasciato molto spazio al suo interno tanto quanto l’olandese ne ha lasciato al suo esterno. Ma il fatto che, con esiti diversi, quella stessa manovra nel corso della gara sia stata portata a termine anche nei confronti di Norris e Leclerc sta a dimostrare che l’idea di attaccare in quel punto non era poi così malsana. I margini c’erano. Semplicemente, in questa occasione, nessuno dei due duellanti ha voluto mollare l’osso.

Anche perchè, a dirla tutta, durante il corso dell’annata già in altre circostanze (Spagna tra tutte) Hamilton aveva vestito i panni del Saggio. Nel corso del primo giro l’uomo della Mercedes era sempre stato molto prudente nell’evitare qualsiasi pericolo, conscio del fatto che la gara era ancora tutta da disputare. Ma a Silverstone, davanti alla sua gente, l’atteggiamento è stato di tutt’altro tipo.

LA SANZIONE E LA RISCOSSA

Forse Verstappen pensava che Hamilton avrebbe finito col desistere anche stavolta. Ma le corse non seguono sempre lo stesso copione. E se si vuole evitare un contatto non ci si può affidare soltanto alla coscienza degli avversari. Se si corre da duro si deve anche accettare il fatto che anche gli altri piloti possano essere “duri” con te. E forse a mente fredda l’olandese sarà il primo a riconoscere che in quanto fatto dal rivale non c’era nulla di antisportivo. E a tal proposito, l’abusato paragone con i fatti di Suzuka ’90 è totalmente fuori luogo.

In ogni caso, alla fine la sanzione c’è stata. Dieci secondi da scontare durante la sosta ai box. In molti l’hanno ritenuta generosa, molti altri l’hanno invece considerata troppo severa. Visto il risultato finale verrebbe da dire che poco importa. Perchè in quell’ultimo stint con le gomme dure Hamilton sembrava essere in grado di mangiarsi l’asfalto per la foga con cui macinava il distacco che lo separava dal leader. In quindici giri ha annullato i 13″ che lo separavano dalla Ferrari di Leclerc, con in mezzo i sorpassi su Norris e Bottas.

Una rimonta che ha riannodato i fili col passato, a quando nell’edizione del 1987 un altro Leone d’Inghilterra mise a segno un’epica rimonta che lo portò a sopravanzare Nelson Piquet nella fase conclusiva della gara. Corsi e ricorsi storici di uno sport che, in nome del suo romanticismo, non può e non deve rinunciare a quello che è il suo DNA.

PROVACI ANCORA, CHARLES

In conclusione, merita un commento la grande prestazione di Charles Leclerc, che ha fatto il possiible e l’impossibile per accarezzare l’idea di un successo che avrebbe avuto del clamoroso. Il monegasco alla fine è arrivato secondo, ma non ha nulla da rimproverarsi.

Leclerc, con in testa un casco speciale che celebrava il 70° anniversario del primo successo in Formula 1 del Cavallino Rampante, ha gettato il cuore oltre l’ostacolo per 50 giri. Tornando a far sognare un popolo che da troppo tempo, quella tensione, non era più abituata a viverla. In futuro ci saranno altre occasioni per riprovarci. E dopo questa bella iniezione di fiducia anche la Rossa può guardare al resto della stagione con uno spirito diverso.

E saranno ancora tanti i temi di un campionato che non ha ancora un padrone. Che gara dopo gara sembra capovolgere lo scenario della volta prima. Un campionato imprevedibile, e proprio per questo, molto divertente. Perchè sta aiutando la Formula 1 a ritrovare quell’anima che sembrava aver smarrito nella continua ricerca del superfluo.

 

Danilo Tabbone

Mi chiamo Danilo, ho 20 anni, vengo dalla Sicilia e studio all'Università di Palermo. La Formula 1 è la mia più grande passione, la seguo da quando ero bambino, e le emozioni che mi suscita sono parte integrante della mia personalità. Dal 2020 scrivo per F1world.

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