Io e Fernando Alonso. Fiordi, samurai, crivelli di Eratostene e canzoni

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Ricordo distintamente quando Fernando Alonso divenne un chiodo fisso: era l’agosto 2005 e mi trovavo al mercato del pesce di Bergen, in Norvegia.

Ma che c’entra la Norvegia con uno Spagnolo? C’entra, c’entra. In questo ridente mercato la bancarella più grande, che vendeva pesce fresco e panini a base di salmone e gamberetti, era il regno incontrastato di uno studente spagnolo giunto lì con un programma di scambi culturali, il quale, beffandosi dell’amor patrio dei suoi sottoposti, tutti italiani, accanto al loro patriottico cartello Forza Ferrari aveva appeso un ben più grande Y Fernando Alonso Campeon! Resistetti e non cambiai bancarella, ma francamente, a metà campionato e con una Ferrari che non si spingeva nemmeno con le novene a San Schumacher, ‘sto Spagnolo – come dicono all’Accademia della Crusca – stava seriamente rompendo: giovanissimo, rampante, abilissimo, forte mentalmente e alla guida di una Renault che magari non era quella perfetta macchina da guerra che era stata la Ferrari F2004 dell’anno passato, ma era certamente, con la Mc Laren Mercedes, la migliore del lotto, Alonso era ovunque.

E poi, ammettiamolo, lo si guardava piuttosto volentieri, talmente tanto da perdonargli il capello ruggente e il look da straccione casual che tanto spopolava – e spopola ancora – fra i suoi colleghi piloti. L’insieme di queste cose è male, molto male per una tifosa divanista che già si sente in colpa perché ha il cuore rosso ma gli occhi decisamente puntati altrove. Si, dico a te, Mika Hakkinen, raggio di sole nel buio dell’avvenenza da paddock a fine anni novanta.

Ah ma ancora divaghi in Scandinavia? Non divago, perchè allo Spagnolo piaceva sfidare  un certo Finlandese con il quale battagliava per il titolo di campione del mondo più giovane della storia della Formula Uno, un certo Iceman Kimi Raikkonen. Quella volta la spuntò lo Spagnolo, ma nel 2007 il Finlandese se la riprese con gli interessi. E in rosso. Nel 2007, appunto, mi sono sorpresa a tifare Alonso: contro natura, contro logica, contro l’intera famiglia, d’origine e acquisita per matrimonio, e contro la mia consolidata predilezione per i biondi. Non ero nuova a questi slanci d’affezione verso piloti con le casacche di un altro colore: fu così per Jacques Villeneuve e per Mika Hakkinen, quando, nella famigerata Jerez de la Fronteira ’97, io ero là davanti al televisore che mi commuovevo perché il primo aveva vinto il titolo del mondo e il secondo la sua prima gara in Formula Uno. La verità è che sono sempre contenta quando arriva un giovane di valore che rimescola le carte e i battesimi a base di champagne sul gradino più alto del podio mi fanno sempre un certo effetto: quello di Fernando in Ungheria nel 2003 me lo ricordo ancora bene!

Brazilian Grand Prix, Interlagos 6 - 9 November 2014
Quindi sono venute tantissime cose in pochissimi anni: tumultuosi cambi di scuderie, inchieste, vittorie e sconfitte. Nel mezzo, un matrimonio, un Festival di Sanremo e un divorzio, a testimoniare che uomo coriaceo e privo di tentennamenti sia l’Alonso: infatti ci vuole un bel coraggio a presenziare a un’intera puntata del Festival dei Fiori, sbarcato in platea dietro la pelata di un oscuro Assessore al Qualchecosa, per incoraggiare la propria consorte!

Il deterioramento dei rapporti interni che ha accompagnato il suo abbandono bilaterale della Scuderia Ferrari, dal mio punto di vista, ha qualcosa di psicologico: quando vi approdò nel 2010 tutti si aspettavano grandi cose, a ogni stagione, per cinque stagioni; in un paio d’occasioni sembrò quasi che il trionfo fosse alla propria portata e invece finì a Petrov di facili costumi. Così l’universo Ferrari si è trovato a sperimentare la vita di Eratostene, sublime intelletto dell’antica Grecia al quale avevano affibbiato il poco edificante soprannome di Beta, vale a dire il secondo: secondo miglior astronomo perché il primo era Tolomeo, secondo miglior matematico, perché il primo era Anassagora, secondo miglior ingegnere, perché il primo era Archimede eccetera. Poco importava se, osservando il riflesso della luna nel pozzo di casa sua, escogitò un sistema per calcolare la circonferenza della Terra sbagliando di qualche migliaio di chilometri e se, per questo, la Storia gli rese merito postumo, poiché al cospetto di tali geni Eratostene, al suo tempo, restava Beta. Ecco, un po’ come accadeva nella Ferrari di Alonso: abbiamo il miglior pilota, la migliore squadra, i migliori sponsor, il miglior conto in banca eppure siamo sempre i Beta di qualcun altro (anche se quest’anno manco Gamma e speriamo di restare Theta …); questo genera frustrazione diffusa, tanto più nella Scuderia fondata dall’uomo che ha inventato la Formula Uno che sembra, invece, irrimediabilmente affetta dalla Sindrome di Toto Cutugno (altro famoso Beta della storia del già citato Festival di Sanremo).

Per quanto ci si affezioni a un pilota o a una casacca, quando gli anni e le occasioni scappano via incuranti delle aspirazioni frustrate e sordi alle recriminazioni, viene meno quella solidità d’intenti e di vedute, quel legame che rende squadra, che fa sì che nella monoposto scendano tutte quelle persone insieme al pilota, quindi è meglio dividersi e cambiare. Fernando Alonso e la Ferrari non sono nati per essere Eratostene.

Renault's Formula One driver Alonso celebrates at the podium after finishing third in the Brazil Grand Prix in Sao Paulo
Ma davvero? Quindi se Alonso vincesse fuori dalla Ferrari continueresti a tifare per lui? Continuerei e gli riconoscerei senza sforzo l’onore delle armi se battesse gli avversari in pista come tanto bene sa fare. Il bailamme di giudizi incrociati, insulti, recriminazioni contro dichiarazioni d’amore indefesso, manifesti di stima e addii al caramello che tanto infiamma le platee di appassionati in questi frangenti ha un’importanza relativa e la sua eco si stempererà quando il tempo restituirà a pubblico e addetti ai lavori la serenità di giudizio. Io, per me, concludo che non sono una grande esperta della cultura giapponese e del mondo dei samurai – a parte quel che ho appreso dai cartoni animati anni ’80 – ma trovo pienamente condivisibile che l’uomo Fernando Alonso sia affascinato da quei valori così estremi e così attuali; di lui ammiro la tempra fieramente latina e la lucida freddezza nordica; mi piacciono quel suo sguardo pensieroso e quel sorriso triste, identici a quelli che aveva da bambino, quando a tre anni chiese al padre di fargli il kart come quello di Senna, perché voleva vincere come lui; mi fa simpatia la sua incantevole fidanzata e anche questa sua sfrenata passione per i social e la condivisione. Il meglio deve ancora venire? Ma sì, Fernando Alonso, te lo auguro.

Laura di Nicola
FormulaElle

Redazione

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