2018Analisi della redazioneGran Premio Francia

Formula 1 | GP di Francia 2018: conta l’essere campioni del mondo

Dieci anni lontani dalla tappa di Francia. Dieci anni per scoprire l’importanza di essere iridati. Vettel, Hamilton, Raikkonen ed Alonso

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Fiumi di inchiostro chimico e digitale sono stati versati negli ultimi dieci anni della beneamata Formula 1. Anni in cui il GP di Francia è mancato dalle scene, quando Magny-Cours venne abbandonata per l’abitat l’oltre il circuito. Distese campali, vacche, fattorie. Francia che a Flavio Briatore proprio non andava giù, abituato al Billionaire, al suo yacht da tre piani fuori coperta. Da quando nel 2008, l’ultima in terra d’oltralpe, salì sul podio Kimi Raikkonen con la Ferrari.

Quella F2008 lo aveva messo in pole, e poi tradito in gara. La rossa che gli avrebbe potuto regalare il secondo titolo iridato in quel di Maranello. Nel mentre che un certo Sebastian Vettel si mettesse, poi, la strana idea in capoccia di andare a vincere con la Toro Rosso la tappa di Monza, in un widolod bagnato. Nel mentre che Lewis Hamilton divenisse prima volta mondiale in quella drammatica Interlagos, quella delle lacrime amare di Felipe Massa. Nel mentre che Fernando Alonso scontasse i suoi anni di purgatorio in Renault, un tempo dilatatosi in maniera incontrollabile, risoltosi in una caduta vertiginosa all’inferno.

E allora, di nuovo in terra di Francia, a Le Castellet, sullo storico Paul Ricard, stavolta. Bello, rivisitato, modernizzato, forse anche troppo. Una pista da scoprire con le fantastiche vetture 2018, quelle, che per un motivo tecnico, o per un altro, sono le più prestazionali di sempre. Ed a fare la corsa, a debita distanza, sono stati i magnifici quattro per questioni di palmares iridato. Gare nella gara, come uno specchio a riflessione e restituzione nitida delle singole situazioni odierne di Seb, Lewis, Kimi e Fernando.

Eccolo lì, proprio Fernando, protagonista di due campagne di Francia dal sapore dolce e poi amaro. Uscito da una trionfante Le Mans. Sul Circuit de la Sarthe vittorioso con l’unica LMP1 che si rispetti del mondiale WEC d’annata. Inghiottito dal vortice Paul Ricard, da Stoffel Vandoorne, il belga compagno di scuderia, dal rivale degli anni in rosso alla guida della SF71H #5, in un sorpasso subito, tradottosi in un imbarazzante testacoda. Triste, dimesso, imprigionato in una McLaren lasciata proprio dieci anni fa, ritrovata nel 2015 per un fallimento colossale sotto il blasone Honda. Proseguito all’inverosimile nonostante l’induzione all’abbraccio della motorizzazione della losanga.

L’asturiano e quel suo dannato carattere. Il non più compatibile con questa F1 di oggi. Il caso McLaren-Renault è la condanna per direttissima. La sua “insensibilità” agli eventuali difetti intrinseci di un progetto vettura, proprio l’esaltazione della sua classe, la nota distintiva del suo valore, è come una densa nuvola di fumo che dalla sua Maranello all’ultimissima Woking ha forse contribuito, seppur in minima parte, al doloroso cammino verso la disfatta. Verso l’abbandono. Soprattutto dopo questa di Francia. Con la Indy, unico campionato indicato, quando alla veneranda di anni 37, fatto di macchine tutte uguali. Lì dove il despota Alonso sarebbe libero di imporre la sua di legge. Immune da inquantificabili variabili tecniche, inconciliabili col suo immenso talento, con la sua pazienza. Con l’irrinunciabile smania da primo attore.

Già, Lewis Carl. Uno apparentemente uscito dalle sue paure, ansie di prestazione, perversi giri mentali distruttori della sua indole da fuoriclasse. Il pilota che ha trovato il suo “Flavio”, quella figura autoritaria capace di filtrarne le debolezze caratteriali, le lacune nell’approccio professionale, per inciso, assorbitore del suo ego. Toto Wolff, l’uomo capace di suggellare quel talento proveniente da Stevenage, colpito in concretezza, giudizio, e determinazione nel lavoro dall’amico d’infanzia, di carriera. Dal nemico Nico Rosberg. Ha dovuto imparare la lezione di “Sua Maestà”, una dote raffinatissima, non di appartenenza al suo di idolo. Ebbene si, i pluricampioni devono talvolta mettersi da parte, un’arte fondamentale in una Formula 1 per costituzione orfana di individualismo, se non per questioni di albo d’oro e statistiche.

Proprio come Sebastian. In lotta, sempre, da sempre senza un efficacissimo punto di riferimento alla Wolff, che di Schumacher è stato avido studente, sommo discepolo. In lotta interiore contro qualche eccesso di ottimismo, travolto da manifestazioni di pura ingenuità. Caparbio nel perseguire i suoi disegni, i sogni che ne hanno costruito le motivazioni, le ambizioni, quel magico talento buono per la conquista in tenerissima età delle glorie mondiali di un certo Alain Prost. Un poker filato, come solo il suo maestro. Uno da numeri fuori media, tanto quanto il rivale detto “The Hammer”, l’altro candidato all’epocale secondo pareggio iridato con “El Chueco”, Juan Manuel Fangio.

Kerpen, di quei due nomi che avrebbero dovuto sancire la fine di quella era di Germania. Kimi, l’altro compare. Il vero compagno di viaggio della carriera dello spagnolo, il contendente dell’iride 2003, conoscitore diretto del significato assoluto prerogativa della sfida contro quel pilota invincibile in pista di nome Michael. “Iceman”, l’ultimo dei quattro campioni del mondo, disperso mentalmente nella maturazione professionale da un Ron Dennis oramai molliccio, permissivo. Un pilota straordinario, in lotta contro gli avversari, senza tregua, con se stesso. Con una opinione pubblica troppo cattiva, mai perdonato per quell’iride 2008 che doveva conquistare. Rimpiazzati entrambi, in uno schiocco di dita, dal tedeschino classe ’87, dall’inglese classe ’85.

La Formula 1 non aspetta. Proprio no. Niente partenze false, niente perdite improvvise della via maestra lungo il cammino. Nella vita, come nello sport. Il capire, lavorare, farsi aiutare nel superare i propri limiti è l’unica chance per presentarsi di diritto dinanzi l’investitura del successo. Una linea di pensiero fredda, teorica, ostile all’irrazionalità. Quel che è certo, già da codesto di presente, si inizia purtroppo a percepire i singoli vuoti di questi mostri sacri. Tanto quanto i quattro della foto, l’altra Brigata da 11 titoli mondiali.

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Gianluca Langella

Ingegnere Meccanico, operante come libero professionista nel mondo degli Impianti Tecnologici Civili ed Industriali. Innamorato di auto, e dall'arrivo di quel Tedesco nativo di Kerpen, votato alla causa Ferrari dal 1996. Un amore incondizionato per la F1, da me definita come "Lo Sport che risveglia i Talenti dell'uomo." Mi è mancato il coraggio di lasciare i miei natali per andare al Politecnico di Torino a studiare Ingegneria dell'Autoveicolo. Mi rimane la scelta di osservare, analizzare, godere e non, di tutto quanto offerto, di anno in anno, da questo beneamato sport motoristico. Mi resta un sogno nel cassetto, irrealizzato, da donare, eventualmente, ad un mio futuro figlio. Quello di vederlo diventare, un giorno, Ingegnere in Ferrari.

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