2018Analisi della redazioneGran Premio Azerbaijan

Formula 1 | A Milton Keynes, le scuse Red Bull Racing servono a poco

Sul cittadino azero non ci si annoia mai. La noia Vettel, sulla velocissima SF71H #5, non rientra nei piani del Dio dell’Azerbaijan. Una entità astuta, elettrice del fenomeno da baraccone Red Bull per spaiare le carte, per aggiungere sale alla competizione. Per aiutare un Lewis Hamilton affaticato.

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Ci pensa la Red Bull Racing a ravvivare un epilogo di gran premio già scritto. Diversamente dalla Cina, in assoluto negativo. Un bel botto, rusticano, tra i due alfieri, a spalancare le porte a Bern Maylander, l’ago della bilancia di questi primi quattro appuntamenti del mondiale di Formula 1 2018.

Lottano come degli ossessi, Daniel e Max, per conquistarsi il ruolo di designato inseguitore in casa Milton Keynes del gruppetto di testa. Battagliano contro una batteria di ricarica comparto power unit beffarda e capricciosa, lasciando secondi in giro per il primo stint agli indisturbati avanguardisti. Accumulano metri di ritardo ulteriori a seguito di spettacolari sorpassi e contro sorpassi, non senza esclusione di colpi, di ruotate.

Finiscono per ritrovarsi nella terra di mezzo, a cavallo di un quarto posto, ai piedi del podio. Un piazzamento alla bandiera a scacchi buono solo per i punti nei costruttori. Un piccolo bottino che al muretto Red Bull deve essere sembrato come osso per i cani. Via libera allo show, alla battaglia fratricida, quella che aggiunge in apparenza, del tutto infondatamente, prestigio all’uno o all’altro alla guida della stessa macchina.

Due ragazzi che fuori dalla pista sembrano amici per la pelle, lì a giocare a fare i samurai, a sfidarsi con le roulotte, a competere con simpatiche Jeep in una corsa su sterrato con sconosciuti del luogo. A combinarle di tutti i colori, con ironia, complicità e tangibile divertimento. Due piloti sotto pressione quando in tuta e casco, alla guida di una promettente RB14, interpretata magnificamente da entrambi. Condizionati da interne gerarchie non scritte, da Sir Chris Horner, statico al muretto con cuffie e piede ticchettante, a godersi uno spettacolo raccapricciante per un Team Mate. Da Sir Helmut Marko, il gestore forza piloti, il boia con la spada di damocle pronta a colpire.

Per arrivare a Sir Jos Verstappen & Co., oramai arredi fissi del box bibitaro, sottospecie di cozze appiccicate allo scoglio, pronti a sostenere il figlio con fare volgare. A scavare l’immaginario solco separante l’idolatrato Max e l’intera Red Bull dal malcapitato Ricciardo. Il bastardo australiano da diseredare, indegno al cospetto del Fenomeno ventenne d’Olanda. Aiutati da Marko in persona, invaghito oltremodo da un ragazzo che, oltre al talento, ha dimostrato pochissimo in questo scorcio di stagione 2018.

Una sorta di peccato di presunzione di un Team che, a volte, sembra confinare la realtà in fabbrica all’equipe in pista. A quei due cagnacci di piloti capaci di cose d’altri tempi. Pur sempre dipendenti come le circa 800+ figure “sgobbone” in sede, ideatori, costruttori, della macchinina a ruote scoperte quale eventuale mezzo di gloria diretta per i due giovanotti. Individui che lavorano nell’ombra, notte e giorno, con passione ed immensa forza di volontà, alla ricerca di una doverosa soddisfazione in punti dalla classifica marche.

E allora, passi lo scontro con pilota e vettura d’altro colore, un erroraccio di guida o una staccata sbagliata traducentesi in ammanco di risultato. Oltre che diretta rovina per il bersagliato di turno. È del tutto inaccettabile una risoluzione come quella materializzatasi sulla pista di Baku, in un contatto evitabilissimo dal buon senso dell’intero staff sul libro paga di Sir Mateschitz. Un prolungato odore di frittata sentito da tutti, ignorato per smania di protagonismo sotto la bandiera del non esistono seconde guide, a fronte della piu importante ragion di stato Milton Keynes. Nella fattispecie di un relativamente misero quarto posto finale.

Una Red Bull super protagonista, ancora una volta influenzante per quota parte la sintesi ultima del podio azero. Un podio che non vede il vincitore di diritto per 4/5 di gara per manifesta superiorità del suo di mezzo rosso, e della sua impeccabile condotta di gara fin lì. Nemmanco il meritevole Valtteri Bottas, che fa volare la W09 a livelli irreplicabili per il vincitore Lewis Hamilton, poco felice per aver vinto causa sfortuna abbattutasi sul povero finlandese d’argento sotto spoglie di detrito.

Vincerà il miglior pilota con la vettura migliore, su questo non vi sono dubbi. Nonostante episodi da SC favorevoli o dannosi, nonostante noie gravi di natura tecnica, errori strategici, fatti controversi come il contatto suicida Ricciardo-Verstappen andato di scena sull’asfalto cittadino dell’Azerbaijan. Resta solo da scoprire, e capire, quale sarà il piu forte a fine anno, senza dimenticare le lettere che hanno anche segnato il 2017, e le nuove che tenteranno di spostare gli equilibri 2018.

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Gianluca Langella

Ingegnere Meccanico, operante come libero professionista nel mondo degli Impianti Tecnologici Civili ed Industriali. Innamorato di auto, e dall'arrivo di quel Tedesco nativo di Kerpen, votato alla causa Ferrari dal 1996. Un amore incondizionato per la F1, da me definita come "Lo Sport che risveglia i Talenti dell'uomo." Mi è mancato il coraggio di lasciare i miei natali per andare al Politecnico di Torino a studiare Ingegneria dell'Autoveicolo. Mi rimane la scelta di osservare, analizzare, godere e non, di tutto quanto offerto, di anno in anno, da questo beneamato sport motoristico. Mi resta un sogno nel cassetto, irrealizzato, da donare, eventualmente, ad un mio futuro figlio. Quello di vederlo diventare, un giorno, Ingegnere in Ferrari.

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