© Claudia Belfiore
Lo scorso weekend ho assistito a una tappa della WSK al Circuito Internazionale di Napoli, a Sarno. Un Campionato considerato minore, seguito da pochi, ma capace di raccontare cosa si nasconde davvero dietro il perseguimento di un sogno. È proprio qui, infatti, che iniziano a formarsi i piloti che un giorno potrebbero arrivare fino alla Formula 1.
Siamo abituati a vedere in televisione professionisti affermati sfidarsi sui palcoscenici più prestigiosi del motorsport. Eppure, troppo spesso, dimentichiamo il lungo e complesso percorso che questi ragazzi hanno dovuto affrontare per arrivare fin lì. La World Series Karting rappresenta uno dei campionati di karting più importanti a livello internazionale, articolato in diverse categorie – MINI, OK-NJ, OKJ, OK e KZ2 – che variano per età ed esperienza dei partecipanti.
Prima del via alle prefinali e alle finali, ho attraversato il paddock per respirarne l’atmosfera. Tutto è ridotto all’essenziale. L’ambiente è semplice e accessibile, offre una visione delle corse più autentica e lontana dall’estetica costruita e spettacolare della Formula 1. Niente box scenografici, nessuna gigantografia dei piloti o pareti tappezzate di sponsor: solo tendostrutture allestite dalle squadre, sotto le quali i meccanici lavorano con dedizione sui kart.
Tra queste strutture, però, spiccano loghi immediatamente riconoscibili, che portano le iniziali di Charles Leclerc e del Campione del Mondo 2025, Lando Norris. Due piloti che, oggi ai vertici del motorsport, sono passati di qui e ora gestiscono anche un proprio team di karting.
Nei minuti che precedono le gare, il paddock vibra di adrenalina e tensione. Tra i piloti iscritti ci sono molti giovanissimi, accompagnati dalle loro madri apprensive, che restano in disparte, con gli occhi puntati sui figli, pronte a esultare o a trattenere il respiro a ogni curva. I ragazzi, invece, sembrano immersi nel loro mondo: alcuni restano concentrati nel proprio abitacolo, altri si alzano per salutare avversari e amici, dimostrando che, per loro, lo sport è ancora un gioco, libero da qualsiasi tipo di rivalità.
Appena la gara prende il via, i meccanici si affacciano sui muretti dei box, sporgendo le braccia oltre le barriere. Fanno segno di usare la testa, mimano la presa sul volante, suggerendo la traiettoria ideale per ottimizzare la percorrenza, e, giro dopo giro, incitano a spingere ancora più forte. A ogni tornata i kartisti tentano sorpassi e portano i mezzi al limite.
A volte commettono piccoli errori, altre volte riescono a finalizzare manovre decisive. Sul rettilineo si abbassano sul volante per ridurre la resistenza dell’aria e guadagnare metri preziosi su chi li precede. Ogni gesto, ogni accorgimento conta: l’unico obiettivo è salire sul podio.
Alla fine si vince e si perde, come in ogni sport. E se è vero che questa esperienza può rappresentare un trampolino verso la tanto agognata Formula 1, i protagonisti in pista restano pur sempre dei ragazzini. Per loro correre significa divertirsi, senza sentire ancora tutto il peso della pressione. Il Campionato è appena iniziato e l’atmosfera appare ancora distesa, quasi serena: la tappa di Sarno, infatti, è solo il secondo round della WSK.
Sarebbe bello se tutto restasse così, leggero e spensierato. Ma presto la realtà busserà alla porta: bisognerà fare i conti con le classifiche finali, siglare contratti e dimostrare di meritare la fiducia di chi ha creduto in te. A quel punto, lo sport smetterà di essere solo un gioco e ogni scelta peserà, e potrà cambiare il corso di una carriera. Eppure il sogno resta intatto, sempre più vicino. La Formula 1 non è più soltanto un’idea lontana, ma un traguardo concreto da inseguire, curva dopo curva.