2018Analisi della redazioneGran Premio Canada

Formula 1 | GP Canada 2018: Sebastian Vettel, l’onore e l’onere Ferrari

Montréal. Sebastian Vettel sfata un altro taboo, l’ennesimo territorio del cavallino rampante, il Canada di Gilles Villeneuve. Uno dei grandi regni di “Sua Maestà”. Troppi gli anni di digiuno, in un pezzo d’America sempre ed esclusivamente di rosso marchiato, lì nelle tribune, piene, pienissime pronte per godere del vittorioso weekend Ferrari

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Ebbene si. Questa Montréal 2018 è stata portatrice dei fasti di un tempo propri di Maranello. Indelebili negli albo d’oro, soprattutto nelle memorie di ogni tifoso rosso che si rispetti. Fatti che hanno reso ancor più leggendaria la Ferrari nel globo terrestre, a mezzo icona rappresentativa per eccellenza degli sport motoristici. Grazie a uomini del passato che hanno contribuito alla causa del cavallino, finanche a prezzo della vita. Travolti da quelle stimmate leggendarie donate all’uomo del secolo scorso, Ferrari Enzo.

Da quel Gilles a quel Michael. Sino al paladino odierno, quel tedeschino cresciuto nel mito Schumacheriano, marchiato nel suo profondo dalle insegne della scuderia più vincente di sempre. Un viaggio lungo 40 anni, si. Un cerchio che trova una parziale chiusura sulle rive del famoso fiume San Lorenzo, al cospetto della gotica basilica di Notre-Dame. Un filo mai spezzatosi in codesto lunghissimo lasso temporale, pronto a tendersi, a riaffiorare con uno scatto sonoro dalla terra dei mille laghi.

Il tutto nella maniera più naturale possibile, la stessa della Cina e dell’Azerbaijan, al netto delle noie di natura varia ed eventuale che hanno adombrato i rapporti di forza di questo primo scorcio di stagione. Tutto chiaro, alla luce del sole, quello spettro luminoso emanato dalla nostra vitale stella formato dall’unione di tutti i colori, e relative sfumature cromatiche.

La fonte clarificatrice per antonomasia, capace di scacciare le invadenti ombre inneggiate da lettere, note di chiarimento, forme nette di disturbo finite sui banchi della FIA. Nel box Ferrari nel mentre dei weekend di gara. Classiche manovre dagli effetti benefici e curativi nella passata guerra iridata, rivelatesi all’oggi inefficaci per la diretta concorrenza di Stoccarda. Gente viziata allo stravincere, meno al vincere in pista.

Una sorta di guerra fredda, tornata prepotentemente di moda nel decennio in corso della beneamata Formula 1. Dinamiche da servizi segreti, che tanto danno ardore nella visione di un film, quanto creano dimensioni ostili alla sportività, nonché fenomeni di malsano antagonismo. Il terrore del marcio che si contrappone alla purezza dell’agonismo, una pratica troppo diffusa, un attentato a chi fa dei nobili principi la propria ragione di vita.

Si diceva, il dubbio è quella entità negativa abile nell’insinuarsi nelle menti deboli, insicure, poco avvezze nel tenere il polso della situazione. Nel far valere l’inconfutabile giurisdizione, allorquando una federazione attua mosse di vigilanza e controllo, in apparenza maldestre in materia di rispondenza al regolamento tecnico. Una lecita deduzione per gli impossibilitati alla conoscenza del dietro le quinte, quegli appassionati non addetti ai lavori, scontrosi verso una legislazione fuorviante e logorroica, dall’aleatoria applicabilità. Tendente alla tristissima standardizzazione delle componenti.  L’unica vera morte dello spettacolo.

I valori, quelli veri, hanno il brutto vizio di sopire, per poi venir fuori con veemenza alla distanza. Una morale restituita dalle pieghe del tracciato di Montréal, lì dove una SF71H ha agevolmente domato la diretta rivale. Quella Mercedes orfana dell’ultimo regnante in terra canadese, quel Lewis Hamilton detronizzato dal soldatino finlandese col quale condivide la Diva 2.0. Quella W09 complicata da mettere in quadra sulle Pirelli standard, le scarpe nere di diritto di questa stagione 2018. Sulle quali sono stati approntati i progetti e gli sviluppi di tutte le vetture d’annata.

Tutto merito dell’equipe di Maranello, capace di dimostrare la definitiva rottura col recentissimo passato tecnico, ricercabile nella figura di James Allison. Il tecnico allontanato da Marchionne, approdato in quel di Brackley nel tempo del concepimento della SF70H. La progenitrice del nuovo estro tecnologico del team di ingegneri e tecnici capitanato dall’italiano, Binotto Mattia, dall’uscente Resta Simone, chief designer, dai non meno importanti Sanchez, Cardile, Iotti & Co.. Una compagine esclusiva figlia del volere del Presidente, la ripresa di una ideologia intentata dal carissimo Luca Cordero di Montezemolo dopo il congedo dell’attuale Presidente FIA. Jean Todt.

Una Ferrari di italiani. Di professionisti per la maggior parte nati, cresciuti e pasciuti nelle lande modenesi, forgiati da un assoluto spirito di appartenenza, dalla passione, dalla fame di successo. Dalla stessa speranza insita nel popolo rosso per un mondiale ufficialmente nelle mani della Ferrari. Questa la croce di tutte le delizie, l’onere e l’onore incombente sul nativo di Heppenheim. Sebastian Vettel, il predestinato.

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Gianluca Langella

Ingegnere Meccanico, operante come libero professionista nel mondo degli Impianti Tecnologici Civili ed Industriali. Innamorato di auto, e dall'arrivo di quel Tedesco nativo di Kerpen, votato alla causa Ferrari dal 1996. Un amore incondizionato per la F1, da me definita come "Lo Sport che risveglia i Talenti dell'uomo." Mi è mancato il coraggio di lasciare i miei natali per andare al Politecnico di Torino a studiare Ingegneria dell'Autoveicolo. Mi rimane la scelta di osservare, analizzare, godere e non, di tutto quanto offerto, di anno in anno, da questo beneamato sport motoristico. Mi resta un sogno nel cassetto, irrealizzato, da donare, eventualmente, ad un mio futuro figlio. Quello di vederlo diventare, un giorno, Ingegnere in Ferrari.

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