Formula 1Interviste

F1world incontra Michael Italiano

In una lunga chiacchierata, il preparatore atletico di Daniel Ricciardo ci ha raccontato la sua storia e il lavoro che svolge in Formula 1 al fianco del pilota australiano

F1world ha incontrato Michael Italiano che ci ha raccontato la sua storia e le caratteristiche del suo lavoro, mostrandoci il “dietro le quinte” della Formula 1

Oggi, per la rubrica “F1world incontra”, abbiamo il piacere di riportavi questa lunga chiacchierata avuta qualche settimana fa con Michael Italiano, preparatore atletico del pilota australiano Daniel Ricciardo. Qual è la parte più difficile del suo lavoro? Vorrebbe mai provare una vettura di Formula 1? Com’è vivere a stretto contatto con Daniel? Scopriamo insieme la metodologia di lavoro (e anche qualche curiosità) da chi la Formula 1 la vive dall’interno per capire la vera chiave verso il successo in questo sport.

Ciao Michael, prima di tutto raccontaci un po’ del tuo tuo percorso e di come sei approdato il Formula 1

“Ho iniziato la mia carriera in Formula 1 con Daniel all’inizio del 2018, ormai quasi 4 anni fa. Prima vivevo in Australia, dove ho studiato ingegneria civile e ho lavorato come tale. Non mi ricordo precisamente a che età, ma più o meno subito aver finito il liceo, sono entrato nel mondo del lavoro e studiavo (all’università) allo stesso tempo. Ho lavorato in quel campo per sette anni, ma poi mi sono disinnamorato del mio lavoro e della sua invariabile routine. È stato allora che ho deciso di fare un “piccolo” cambiamento e seguire la mia vera passione: il fitness“.

“Per prima cosa ho deciso di studiare (cominciando online) per conoscere più nel dettaglio questa materia. Non ho voluto abbandonare il mio lavoro da ingegnere fin da subito, perché volevo cercare di guadagnare mentre studiavo. Ovviamente ho dovuto farmi in quattro in quel periodo per cercare di conciliare tutto, ma guardando indietro, sembra aver funzionato. Una volta diventato fitness coach, in due anni sono arrivato in Formula 1. È stato piuttosto veloce per me il passaggio, sono stato fortunato. È stato un viaggio bellissimo”.

 

E’ molto interessante il fatto che tu abbia completamente stravolto la tua vita, non è una cosa che tutti hanno il coraggio di fare. Qual è la parte più bella del tuo lavoro?

Amo viaggiare. La parte migliore è decisamente l’opportunità di viaggiare il mondo così spesso. Ovviamente lavoriamo e abbiamo giorni impegnativi stando in pista anche dalle 12 alle 14 ore al giorno, specialmente le domeniche di gara, ma abbiamo anche la possibilità di conoscere la cultura del posto dove ci troviamo. Quindi sì, lavoriamo, ma allo stesso tempo in alcuni momenti non sembra nemmeno di farlo”.

Visto che ami così tanto viaggiare, quali sono i posti in cui preferisci andare per quanto riguarda la pista, la preparazione fisica e la cultura?

“Per la cultura amo il Giappone, per quanto riguarda esclusivamente la pista amo molto Montreal e Spa.  A proposito invece di preparazione fisica la più difficile, sicuramente Singapore perché l’atmosfera è estremamente umida, ma anche il Messico è difficile per l’altitudine a cui bisogna abituarsi i primi giorni. Ad essere sincero, anche Suzuka può essere complicata per il fuso orario. Forse adattarsi al fuso orario è la parte più difficile del mio lavoro”.

E oltre a questa, ci sono altri svantaggi nel svolgere la tua professione?

Sicuramente essere sempre in viaggio, sempre con le valigie pronte. Ci sono momenti in cui vorresti solo rilassarti, restare un po’ di più in un posto, vedere il tuo partner o i tuoi genitori”.

Tornando su temi (sfortunatamente) ancora attuali, come hai affrontato la sfida della pandemia e la quarantena nella stagione 2020?

“Siamo stati abbastanza fortunati perché eravamo in Australia per la prima gara e in Australia le misure di sicurezza in quarantena erano più flessibili. Abbiamo dovuto rispettare dei protocolli, le ormai famose bolle-Covid. Non potevo vedere Daniel in modo così facile per allenarci. Ho dovuto lavorare in modo virtuale, sviluppare il piano di lavoro online e convincerlo a seguirlo, ma alla fine ce l’abbiamo fatta. Credo sia stata una questione di adattamento”.

“Ci stiamo ancora adattando perché la situazione cambia ogni mese. Spero che le restrizioni legate ai viaggi siano presto più flessibili per rendere gli allenamenti più semplici con Daniel. Per esempio, prima dell’inizio della stagione 2021 lui era a Los Angeles e io a Londra e in Gran Bretagna hanno chiuso i confini, quindi lui non poteva tornare (anche se, ad essere sinceri, non credo che gli sia dispiaciuto poi così tanto)”. 

Non segui Daniel solo come preparatore fisico, ma anche dal punto di vista mentale. Quanto è difficile per il pilota, a livello mentale, scendere in pista ogni volta?

“Credo che in Formula 1 il supporto mentale sia fondamentale. Quest’anno abbiamo 23 gare e penso sia il calendario sportivo più lungo di sempre. Dobbiamo sempre andare, andare e andare, non possiamo mai fermarci. E siamo costantemente in jet-lag. E poi, il giorno della gara ti può capitare di tutto: una foratura, un problema alla macchina, puoi essere buttato fuori in partenza. Credo che mentalmente questo sport abbia molte sfide perché ci sono numerose variabili che non puoi controllare. Se dopo un lungo volo dall’altra parte del mondo vieni buttato fuori in partenza, sembra tutta fatica sprecata. Perciò, certo, è difficile. E’ come essere su un’altalena di emozioni. Ci sono alti e bassi. Nessuno vuole viverlo in modo piatto e ognuno di noi è diverso”.

Com’è lavorare con Daniel?

“E’ molto divertente e stimolante. Penso di essere fortunato a lavorare con lui. Da ragazzi io e Daniel ci conoscevamo già, avevamo già un’amicizia forte prima ancora di iniziare questa avventura, il che non ha fatto che rendere il mio passaggio in Formula 1 ancora più facile. Usciamo molto insieme non perché sono solo il suo coach, ma soprattutto perché siamo amici e credo che questa sia la cosa migliore. E’ magnifico, è tutto molto semplice e ci divertiamo perché quello che facciamo, gli aspetti belli e brutti del lavoro, li affrontiamo da amici”.

 

Com’è la dieta per un pilota di Formula 1? Come la pianifichi? Ma, soprattutto, Daniel la segue?                                                                                                                                                        

“Nei periodi di pausa controllo che non consumi troppe calorie e che non mangi troppo. Controllo anche che mangi cibi salutari. Ma devo essere onesto: ormai mi fido. Si è abituato a seguire questa dieta da molto tempo, sa quello che può o non può mangiare. Lo controllo, ma non rigidamente, è responsabile. Durante i weekend di gara segue una dieta programmata in cui io gli indico i pasti. Diciamo che, generalmente, mangia quello che gli suggerisco e che so che gli piace. Mantenere il peso costante è sicuramente una cosa importante perché se si è troppo pesanti, si rischia di danneggiare il bilanciamento della macchina. Devo dire che da quando lavoro con lui non ho mai avuto nessun problema sotto questo aspetto”.

Qual è la differenza tra la preparazione nella pausa estiva e in quella invernale?

“La pausa invernale inizia a dicembre, periodo nel quale ci rilassiamo. A gennaio iniziamo la preparazione pre-stagionale. Poi ci sono i test con le monoposto e dobbiamo essere in forma al 100%. Durante la stagione, è tutta questione di mantenimento e di recupero da una gara all’altra. Per esempio, dopo ogni gara è assolutamente normale provare un po’ di dolore al collo e un po’ di letargia generale. C’è un bel po’ di enfasi sul recupero fisico, soprattutto quando si parla di gare toste. Lì anche la preparazione è leggermente diversa rispetto al solito: ne facciamo una specifica per favorire l’adattamento al clima e alle diverse temperature”.

Qual è il ricordo più bello per te lavorando con Daniel o in generale in Formula 1? 

“La risposta più logica sarebbe dire le tre vittorie che ho conquistato insieme a Daniel. Se però dovessi scegliere solo un ricordo probabilmente direi la mia prima gara in veste di personal trainer. La motivazione? Eravamo in Australia, era la gara di casa per Daniel e, in un qual certo senso, anche per me. Lì è stata la prima volta in cui ho davvero realizzato quanta passione gli australiani hanno davvero per questo sport e quanta ne abbia anche io”.

Come speri finisca la stagione per Daniel e la McLaren?

“Spero che il team riesca a colmare sempre di più il gap con Red Bull e Mercedes. Ogni gara per la scuderia rappresenta un’occasione in più per migliorare e per perfezionare la monoposto”.

L’anno prossimo le vetture saranno diverse, cambierà anche la preparazione atletica?

“Continueremo a seguire il nostro piano di allenamento perché per noi funziona alla perfezione. Ogni anno ci sono delle nuove sfide perché le macchine diventano sempre più veloci, e aumentando la velocità, aumenta la forza G (accelerazione gravitazionale n.d.r.) sia per quanto riguarda il collo, sia per quanto riguarda il corpo . Anche se il cambiamento è minimo il corpo di un pilota lo percepisce. Sono sicuro che però lui continuerà a migliorare“.

Per concludere, hai mai provato a fare un hotlap o a girare su una macchina di F1?

Vorrei poter rispondere di sì, ma non ho mai fatto un hot lap con Daniel e tantomeno ho mai provato a girare su una macchina di Formula 1. Mi piacerebbe molto un giorno andare su una biposto per fare almeno un giro in pista, così Daniel può guidare e io posso godermi il suono del mio collo che si spezza ad ogni curva. E chiariamo: non è che non mi piacerebbe guidare in prima persona una monoposto, ma è che non sono capace, so che alla prima curva andrei lungo e finirei nella ghiaia a bordo pista. Preferisco sedermi e divertirmi, lasciare che qualcun altro giri il volante per me” .

 

Alessia Gastaldi

Mi chiamo Alessia, ho 25 anni e frequento la facoltà di giurisprudenza all’università Statale di Milano. Innamorata dei motori da quando sono bambina, sogno di diventare una giornalista sportiva, per raccontare le storie dei protagonisti che hanno scritto e scriveranno la storia del motorsport.

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