Ciao Jules, piccolo angelo dal sorriso contagioso

La Formula 1 si è alzata di soprassalto nel vortice di un dramma che si è concluso nel peggiore dei modi. Jules Bianchi non c’è più. Si piange un ragazzo di 25 anni che ha avuto la forza di resistere per nove interminabili mesi dopo il fatale incidente, un ragazzo che ha perso la vita seguendo la sua passione ed i suoi sogni. Certe notizie devono essere metabolizzate e, credeteci o meno, a distanza di oltre 10 ore, stento ancora a farlo. Una vita e un sogno spezzato troppo presto. Un destino crudele che si è accanito contro chi, di crudele non aveva davvero niente.

Talentuoso e con quella faccia tipica di chi ha un animo gentile. La vita è strana. Per noi appassionati degli sport a motore che seguiamo i piloti in ogni momento, dentro e fuori la pista, per noi appassionati che i piloti ormai sembrano essere quasi amici da andare a trovare nel fine settimana, per noi appassionati una notizia come quella ricevuta stamattina, poche parole, semplicemente una coltellata al cuore. La prima cosa che ti colpiva di Jules, quando lo incontravi era quel sorriso, ne aveva davvero uno per tutti e a guardarlo, ti veniva in automatico rispondergli alla stessa maniera.

La vita di Jules Bianchi si è fermata a Nizza, la sua città natale, una Nizza che si preparava ad ospitare il sole con un cielo azzurro, una Nizza che nonostante la bella giornata vede scorgere lacrime in ogni angolo. Mi viene il ribrezzo addosso quando, nel 2015, c’è ancora gente che, davanti a un dramma come questo, è capace di dirti «era un pilota, ne conosceva il rischio». Sì, era un pilota e sicuramente era ben conscio di quella percentuale, ma non si può correre in macchina pensando che magari non uscirai da quella monoposto sulle tue gambe, e non si può rimanere così scostanti e indifferenti a un dolore che ha colpito tutti, amanti e non della Formula 1. Non si può rimanere freddi davanti alla perdita di un ragazzo di 25 anni che lottava nelle retrovie per realizzare il suo sogno, che è morto per realizzare il suo sogno. Per me Jules Bianchi è morto quel 5 ottobre 2014.

Erano di non troppi giorni fa le parole del padre Philippe che aveva lasciato intravedere ben poche possibilità per il ragazzo, quasi come se si trattasse un commiato anticipato, una specie di anteprima, un po’ come se avesse voluto dirci, a noi che li sostenevamo da casa, «ragazzi preparatevi perché il tempo sta per scadere». Non si può morire a 25 anni e rinunciare a tante e meravigliose esperienze, non si può morire a 25 anni e lasciare un vuoto immenso, quasi come se si parlasse di un fratello, anche a chi, come la sottoscritta, non lo seguiva in prima persona. Non si può ridurre tutto al misero è morto facendo quello che più gli piaceva. Quando siamo nel 2015, tenendo conto degli attuali standard di sicurezza, non si dovrebbe più morire a bordo di una monoposto di Formula 1. Ma lo sappiamo bene, tutto è avvenuto per una serie di eventi che sono sfuggiti al nostro controllo e i diretti colpevoli, gli assassini, sono a piede libero.

Una notifica. #CiaoJules che appare sul mio cellulare. È così che ho appreso la notizia. Il mio cuore aveva capito tutto e subito, tant’è che, ferma sotto il sole nonostante l’afa, ho esitato un po’ ad approfondire. Lo sapevo. Sono stati secondi interminabili, come quei lunghi 9 mesi, dove il mio cuore si è fermato. Quando arrivano notizie come queste, inevitabilmente assapori la vita in maniera diversa. Un bel sole caldo, le nuvole che corrono nel cielo, una brezza estiva, i campi pronti con l’erba tagliata. Quasi la quotidianità per me, una quotidianità che mi sono fermata per un attimo a guardare, pensando inevitabilmente come, tutto quello che ci sembra normale, potrebbe sfuggirci da un momento all’altro. I problemi che sembrano irrisolvibili, all’improvviso sembrano sciocchezze. Inevitabilmente non riesci a non commuoverti.

Non sono religiosa, non pratico e non credo. Semplicemente sono dell’opinione che qualcosa possa esserci dopo questa vita, non necessariamente un Paradiso o un Inferno, ma qualcosa dove poter vivere tutti sereni, dove lenire i nostri affanni e cancellare le nostre paure, dove poterci ricongiungere coi nostri cari. Un posto dove, nonostante il corpo non ci assisti più in questo viaggio, sarà l’anima ad accompagnarci. Buttando un occhio fuori dalla finestra, non riesco a non guardare il cielo e non riesco a non pensare che da oggi ci sarà un grande lottatore vestito da angelo a vegliare su di noi. Sì, un lottatore, perché Jules ci ha provato per farcela e noi con lui.

Quando muore un figlio, muore anche una parte del genitore. In questi mesi, nelle poche dichiarazioni rilasciate alla stampa, Philippe e Catherine hanno sempre mostrato un aplomb che non può che rendergli onore. Riuscire a nascondere i loro veri sentimenti e stati d’animo, non per faziosità come qualcuno ha detto. Il mio pensiero non può che andare ai suoi genitori, ai suoi fratelli, ai suoi amici, alla meravigliosa Camille. Ai suoi fans, ai piloti che lo hanno conosciuto e che ci hanno regalato vere emozioni in pista, a chi ha lavorato con lui, semplicemente a chi gli ha voluto bene. Se c’è una cosa che non riesco, o per meglio dire che non voglio fare è dire addio a una persona. Non voglio pensare a quello che è successo. Non voglio ricordare quelle tremende immagini del 5 ottobre. Io voglio ricordarlo così, sorridente, un po’ come se il tempo si fosse fermato. Arrivederci Jules, piccolo angelo dal sorriso contagioso.

Eleonora Ottonello
@lapisinha

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Eleonora Ottonello

Mi chiamo Eleonora, ho 32 anni e sono di Genova. Scrivo per passione, nella vita di tutti i giorni sono un'educatrice cinofila. Non ho paura di dire (forse è meglio dire scrivere) quello che penso. Per me la sincerità e la franchezza sono alla base di ogni rapporto umano. Sono pignola e puntigliosa ma disordinata e pasticciona allo stesso tempo.

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