Analisi della redazioneFormula 1

Se ci fosse lui: trentadue anni senza Enzo Ferrari

Il 14 agosto 1988 se ne andava il fondatore della scuderia di Maranello: eredità scolpita nella storia

Enzo Ferrari voleva che un bambino disegnasse una macchinina. E scommetteva anche sul colore: “La farà certamente rossa” 

Basta questo a racchiudere la storia di un uomo, di un mito, di un padre severo e burbero la cui dolcezza e bontà, intime compagne di una vita, sono state minate dai lutti e dalle tragedie che hanno attraversato la sua esistenza. “Un eroe italiano”, sottotitolo quanto mai azzeccato del libro del 2002 di Leo Turrini dedicato a Enzo Ferrari, il fondatore della scuderia di Maranello, scomparso oggi, in un’estate di trentadue anni fa. 

QUEGLI OCCHIALI SCURI

Difficile raccontarlo in poche righe: carisma infinito, intelligenza e competenza fuori dalle righe, un carattere non banale celato dietro quegli occhiali scuri che nascondevano i tempi bui della sua famiglia e dei suoi piloti. I genitori persi presto, il figlio Dino anche, scomparso giovanissimo per una malattia muscolare, il prediletto Gilles Villeneuve, “l’aviatore” morto nel 1982, altro figlio non di sangue che lui aveva adottato per il suo stile di guida aggressivo, ruspante, inarrivabile.

E sul groppone anche quella Mille Miglia del 1957, tristemente nota come “tragedia del Guidizzolo”. Sulla Mantova-Brescia, nel tratto finale della manifestazione, la Ferrari di De Portago esce dalla traiettoria per lo scoppio di uno pneumatico e investe gli spettatori a bordo strada, uccidendo anche cinque bambini. E Wolfgang Von Trips a Monza, o Lorenzo Bandini a Monaco. Mai affezionarsi a un pilota: prima o poi ci abbandona, o perché muore o perché se ne va in un’altra scuderia”, una delle sue mille massime. Enzo Ferrari italianissimo, che molto raramente metteva il naso fuori da Maranello.

Perché la sua terra era l’Emilia, con l’odore del carburante, della ferraglia, della creatura che usciva dall’officina e pareva che il mondo fosse tutto lì. L’auto appunto, che per lui era molto più importante dei piloti e di tutto il resto. In giovane età viene fregato da una clausola sul contratto d’acquisto della sua prima vettura, e impara la lezione. Quando nel 1963 a Maranello busserà la Ford, che si vuol prendere la scuderia lasciando però il potere decisionale a Ferrari,  non chiude la trattativa. Perché si accorge che in realtà quelle decisioni “dovranno essere avallate da Detroit”, come messo nero su bianco nel contratto, che non verrà mai firmato. 

IL MITO DI NUVOLARI

Classe 1898, una prima parte di esistenza a sognare da pilota, con Tazio Nuvolari come mito. Con Tazio gareggia anche al circuito del Savio negli anni Venti (vincendo nel 1923), poi l’Alfa Romeo. Fonda la “Società anonima scuderia Ferrari” nel 1929 con sede a Modena in via Trento e Trieste, supporto tecnico dell’Alfa. Nel 1947 poi, la 125S è la prima auto a uscire dall’officina con su stampato quel cavallino rampante ereditato dai genitori di Francesco Baracca, noto aviatore che portava quel simbolo sul suo aereo.

La storia di Enzo Ferrari ha fatto versare litri di inchiostro e mettere in piedi una riuscita fiction del 2003. In tale fiction Sergio Castellitto vestì i panni del commendatore. La prima vittoria in Formula 1, anno 1951, è griffata Gonzalez a Silverstone. L’anno successivo, con Ascari, arriverà il primo alloro mondiale. Ma ha riempito soprattutto il cuore di chi ha avuto la fortuna di conoscerlo e soprattutto di intervistarlo, dati i rari contributi parlati che forniva ai giornalisti. Il suo ufficio, era preceduto da un lungo corridoio, cosicché chi avesse avuto l’intenzione di incontrarlo per dirgli qualcosa, avrebbe avuto di che riflettere in quella lunga camminata che poteva anche far cambiare idea. 

LA DOPPIETTA A MONZA

E i piloti, appunto: detto del debole per Villeneuve, definiva Regazzoni un “viveur, danzatore calciatore e pilota a tempo perso“. Con Achille Varzi le trattative per il rinnovo del contratto erano estenuanti per il carattere altrettanto tosto del pilota. Invece con Lauda vi furono attriti che portarono alla separazione. “La vittoria più importante sarà la prossima”, soleva dire. Inoltre definiva “garagisti” quelli che compravano parti di vettura già prodotte e le assemblavano, invece di costruire dal nulla, come lui aveva fatto, una vettura e un marchio che potessero competere con tutti gli altri.

Ma soprattutto Berger e Alboreto: pochi giorni dopo la sua morte, sono loro a regalare una gioia al cavallino in una stagione dominata dalle McLaren. Con Senna fuori gioco, sul traguardo di Monza arrivano in parata le due Rosse.  Per nulla banale anche nella morte Enzo Ferrari: se alla nascita fu registrato all’anagrafe due giorni dopo perché una nevicata rese difficile ai genitori raggiungere gli uffici del comune di Modena, la notizia della sua scomparsa fu data a esequie avvenute, in forma privata. “Io non sono un costruttore”, diceva, “sono solo un uomo che ha realizzato i suoi sogni. E chissà oggi, con la sua creatura in condizioni difficili, quante ne avrebbe avute da dire…

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