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Circuiti abbandonatiFormula 1

I circuiti dell’epoca d’oro come mausolei abbandonati

Con l' "esplosione" del calendario negli anni '70 comparvero circuiti meravigliosi, poi abbandonati per l'incremento delle prestazioni delle vetture

Parte da Watkins Glen il racconto dei circuiti della “golden age”

Si era rimasti al “Glen”, nella prima parte di questo racconto sui circuiti abbandonati dalla Formula 1. Il tracciato nordamericano, disperso tra i vigneti del lago Seneca, è stato veramente un’icona. La Esse al culmine della salita dopo i box, i lunghi rettilinei, le curve sopraelevate tra gli alberi lo hanno reso uno dei tracciati più tecnici del mondiale. Ed anche uno dei più ricchi di storia. Triste, vederlo abbandonato alla fine degli anni ’70 per ragioni economiche (al Glen le serie statunitensi corrono ancora).

Circuiti abbandonati
© Wikipedia

Un sollievo, però, se si pensa ai piloti che hanno perso la vita tra i tremendi guard rails color turchese della pista nordamericana. Francois Cevert il più famoso, morto nel ’73 e involontario responsabile di una vera e propria rivoluzione circa la sicurezza delle piste del mondiale. Helmuth Koinigg il più anonimo, passato agli annali però per le modalità macabre del suo incidente mortale, che lo vide addirittura decapitato.

LA FEBBRE USA PER I CIRCUITI CITTADINI: MODA PASSEGGERA E CRITICATA

A dire il vero, un altro dei motivi dell’abbandono di Watkins Glen, fu la convinzione degli organizzatori americani, e di Bernie Ecclestone, che per promuovere la Formula 1 in America si dovesse portarla più vicino alle città, non relegarla nelle lande della sterminata e anonima provincia del Nord. Ed allora ecco la California, il Michigan, il Texas. il Nevada. E una serie di discutibili circuiti cittadini, pericolosi, lenti e faticosissimi, costellati com’erano di irregolarità dell’asfalto e tombini.

I nomi di Long Beach (il meno peggio), Detroit, Phoenix, Dallas, Las Vegas sono comparsi occasionalmente sui piani di volo di piloti e squadre, per scomparire abbastanza rapidamente. Se ne ricorda soprattutto Mansell, che nel tentativo di spingere la sua Lotus all’arrivo del Gran Premio di Dallas svenne in mondovisione per il gran caldo. Ma per questi tracciati abbandonati del Nord America sono davvero in pochi ad avere dei rimpianti.

I GRANDI CLASSICI EUROPEI: GLI ABBANDONI PIU’ DOLOROSI

Ben diverso il rammarico nei confronti di altre piste, situate soprattutto in Europa, dove veramente si è sviluppata tanta della notorietà e della memoria emotiva legata alla Formula 1. Si pesca nel mazzo ed emergono ricordi di tracciati stupendi, di grande livello tecnico e incastonati in suggestivi scenari collinari. Fotografie in ordine sparso: le curve in discesa di Rouen Les Essarts, tuttora aperte al traffico e percorribili, ma… occorre fare attenzione. La Charade di Clermont Ferrand, arrampicata sulle pendici del Puy de Dome. Le pieghe interminabili del vecchio Osterreichring, custodito dai caprioli e a cui (si può dire?) l’attuale Red Bull Ring non lega nemmeno le scarpe.

Circuiti abbandonati
© MotorsportMagazine DPPI

E ancora la cavalcata nel bosco Terlamen di Zolder, legato purtroppo alla perdita del grande Gilles. Le dune del vecchio Zandvoort, e speriamo che il nuovo sia almeno degno del vecchio. I saliscendi di Kyalami (in Sud Africa, però). Infine l’ambientazione da camping di Anderstorp, ormai sfumata insieme alla memoria del più grande personaggio del motorsport svedese, ovvero Ronnie Peterson.

I CASI DI BRANDS HATCH E FRANCORCHAMPS: CIRCUITI ABBANDONATI MA VERE OPERE D’ARTE

Una spanna sopra gli altri (opinione condivisibile o meno) troviamo due circuiti che per storia e caratteristiche è più facile distinguere che accomunare. Eppure se si pensa a come “dovrebbe” essere disegnato un circuito di Formula 1 è difficile non andare con la mente al vecchio anello di Spa o alla pista del Kent. Lunghissimo il tracciato belga, corto quello inglese. Abbandonato nel 1970 il primo, solo nel 1986 il secondo. Due circuiti di due epoche diverse. Ma, entrambi, semplicemente spettacolari.

Circuiti abbandonati
© Stuart_Dent

Il vecchio Spa era bello come… due degli attuali. Alla fine del Kemmel, invece che percorrere la chicane di Le Combes si proseguiva verso sinistra, ed era una galoppata a velocità folle sulle strade provinciali che attraversano i villaggi di Burnenville, Stavelot, Cheneux. E con ciliegina sulla torta la S “Masta”, un tratto che vengono in brividi a sentirselo raccontare. Anche le strade di questo circuito sono ancora percorribili, ma non voglio incitare istinti pericolosi.

Brands Hatch è tuttora utilizzato dalle serie minori, ma non ha gli spazi e la capienza per ospitare di nuovo la Formula 1. Peccato, perchè anche in questo caso si parla di una pista meravigliosa, dove non c’è un solo tratto piatto, e persino la partenza è in discesa e… in curva! Ma i nomi delle “bends” Paddock Hill, Druids, Hawthorn, Westfield, Dingle Dell, Stirling’s è bello ricordarseli come pure le ombre lunghe che il cielo inglese getta sull’asfalto di questo splendido circuito.

IL PIU’ BELLO TRA I CIRCUITI ABBANDONATI: IL “VECCHIO” NURBURGRING O PER MEGLIO DIRE LA SIGNORA NORDSCHLEIFE

E infine c’è lui, il circuito più difficile e pericoloso del mondo. Al suo abbandono, dopo il drammatico rogo di Lauda nel ’76, è legata forse la definitiva consapevolezza della pericolosità del motorsport e la decisione che per rispetto della vita umana si dovesse rinunciare a correre su piste troppo rischiose, fossero anche così popolari. Od odiate, perchè i piloti non è che la preparassero troppo volentieri la valigia per andare a correre sul Grun Holle (Inferno verde).

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© Adobe Stock

E c’era da capirli, perchè anche se nel 1970 il circuito fu dotato di guard rail, box moderni e un minimo di infrastruttura di presidio, i 23 chilometri sulle colline dell’Eifel rimasero una prova durissima anche per i campioni più esperti. Le immunerevoli soggettive recuperabili su youtube rendono solo in parte l’idea della severità di questo tracciato. In estrema sintesi diremmo che bastano un paio di chilometri della Nordschleife per superare, in termini di difficoltà tecniche, la somma delle curve della gran parte degli autodromi di costruzione più recente.

Autodromi dei quali parleremo nella prossima e ultima parte di questo cammino sui circuiti abbandonati dalla Formula 1.

David Bianucci

Mi chiamo David Bianucci, nato a Prato ma trasferito per amore e lavoro sui colli Euganei in provincia di Padova. Sono uno sportivo a livelli di fanatismo, ho praticato la pallanuoto per vent'anni e ora faccio i campionati di nuoto Master. Ma le sensazioni più forti me le ha sempre regalate la Formula 1, sin da quando a nove anni ho visto il Gran Premio di San Marino del 1981. Sono seguite sveglie notturne per vedere i gran premi asiatici, autentiche fortune spese in riviste specializzate, giornate tra le frasche del Mugello per guardare girare di nascosto Michael Schumacher. Essere diventato nel frattempo Ingegnere Meccanico non ha migliorato la cosa... Scrivo perchè non posso fare niente per evitarlo.

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