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Eroi dei due mondi | Mario Andretti

Ha corso in tutte le categorie immaginabili, dagli anni '50 fino ai '90. La storia di un uomo che ha voluto prolungare la sua carriera automobilistica all'infinito

Ottocentonovantasette corse disputate, centoundici vittorie e centonove pole. Un curriculum che annovera le categorie più disparate: formula midget, prototipi, Indy, Formula Uno. Trentacinque anni e rotti a girare il mondo, facendo la spola tra Europa e America, lui, istriano di nascita, americano d’adozione. E un solo piccolo ma grande rammarico: non avere coronato il titolo di Formula Uno con la Ferrari. Perché i destini tra Mario Andretti e Maranello si sono sì incrociati, ma sempre quando mancava il background giusto, suo e della Rossa, per ambire al bersaglio grosso.

FERRARI-ANDRETTI: UNA FAVOLA INCOMPIUTA

Prima occasione nel 1971, quando Mario ha già alle spalle qualche sporadica apparizione in Formula Uno, tra Lotus e March. L’avvio è bruciante, con la vittoria in Sudafrica al volante della 312B. Ma poi qualcosa non va e il binomio Andretti-Ferrari si avvita in prestazioni incolori, deludenti, fino all’addio a fine ’72. L’ultima occasione undici anni dopo, quando la carriera di ‘Piedone’ – come viene soprannominato l’italo-americano – nella massima serie è agli sgoccioli. La Ferrari lo convoca per le ultime due corse, in sostituzione dell’infortunato Pironi, e qualche soddisfazione arriva. Proprio a Monza, Andretti si toglie lo sfizio di centrare la pole con la 126C, cui segue un bel terzo posto in gara.

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Andretti a Monza con la Ferrari nel 1982 – ©️ Getty Images

Sembra un’opera incompiuta la parabola di Andretti alla Ferrari: due destini che hanno fatto in tempo a incrociarsi, ma sempre nei momenti sbagliati. Chissà, se si fosse realizzato il tentativo di Enzo Ferrari di assicurarsi Andretti per il dopo-Lauda, a quest’ora commenteremmo qualcosa di diverso. E invece l’epopea di Mario in Formula Uno è legata a una delle scuderie che della Ferrari è assurta ad antagonista per eccellenza, in quei ruggenti anni Settanta. Parliamo della Lotus, cui il nome Andretti è indissolubilmente legato.

LA RINASCITA CON LA LOTUS

Colin Chapman non vuole farsi sfuggire l’italo americano e nel ’76 piazza il colpo decisivo. La carriera di Mario, negli anni precedenti, sembrava arrivata a un punto morto, dopo l’esperienza con la fallimentare Parnelli. Ed è qui che interviene Chapman: il genio britannico chiama Andretti e con lui progetta la grande ascesa al sogno iridato. Le tappe sono chiare: il finale del ’76 serve per riprendere feeling, il ’77 funge da trampolino di lancio, mentre nel ’78 arriva la consacrazione, con la storica Lotus 79. A guardare i numeri di quell’anno sembra tutto facile: Mario coglie cinque vittorie e il suo titolo non è mai in discussione.

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Andretti e Peterson nel 1978 – ©️ Getty Images

Come non bastasse, Chapman gli apparecchia la tavola per la grande abbuffata, scegliendo come team mate Ronnie Peterson, che viene catechizzato per evitare una faida interna come con Fittipaldi nel ’73. Morale? Lo svedese volante è seconda guida designata, trovandosi spesso nella scomoda situazione di scortare il compagno verso la vittoria.

 

Al resto pensa la monoposto, che sfruttando l’effetto Venturi generato dalle minigonne diventa un vero portento nelle curve. “Ma non pensate che fosse tutto facile – puntualizzerà anni dopo Mario ad AutosprintCerte volte arrivare al traguardo era un’impresa, perché il nuovo cambio surriscaldava e trasmetteva calore ai freni, che a metà gara avevano il liquido in ebollizione. E purtroppo non c’era modo di farglielo capire a Chapman: con lui avevo un buon rapporto, tranne qualche discussione, ma aveva il brutto vizio di non credere alle sensazioni che gli riportavano i piloti. Diciamo che per la monoposto faceva tutto lui…”.

LA FINE DEL DOMINIO

C’è un’altra macchia, in quel ’78 così denso di emozioni, ossia la perdita proprio di Peterson a Monza. Una disgrazia che renderà amara anche la celebrazione del titolo di Andretti, consumatasi in quelle tragiche ore del GP italiano. Conquistata la Formula Uno, la carriera dell’italo-americano prende tutta un’altra piega. Al trionfale ’78 seguono ulteriori due anni con la Lotus, che con Chapman sempre alla direzione tecnica si spinge troppo in là, sperimentando soluzioni che si rivelano fallimentari.

La fine dell’era Lotus corrisponde anche all’addio alla Formula Uno dello stesso Andretti, cui rimarrà la breve apparizione con la Ferrari a fine ’82 per togliersi l’ultima soddisfazione di un podio. Ma la carriera dell’italo-americano è anche molto altro. Se la Formula Uno lo vede alla ribalta negli anni Settanta, il decennio prima e quelli dopo sono tinti a stelle e strisce.

IL BACKGROUND AMERICANO DI ANDRETTI

Arrivato in America nel 1955, poco più che quindicenne, è lì che Andretti vive la sua formazione. Svezzarsi nel motorsport USA impone una tappa obbligatoria: la conquista della 500 miglia di Indianapolis. Mario arriva presto a quell’appuntamento, a soli 29 anni, quando la celebre corsa era parte del campionato USAC. Quel trionfo è solo uno di una lunga serie, perché nel prolifico palmarès dell’italo-americano figurano anche tre vittorie alla 12 Ore di Sebring e una 500 miglia di Daytona. Tappe che fanno arrivare Andretti con le spalle larghe in vista del debutto in Formula Uno.

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Andretti vincitore a Indy nel 1969 – ©️ Getty Images

Eroe di Europa e America, vicinissimo a replicare l’impresa di Graham Hill, a Mario Andretti è mancata solo la 24 Ore di Le Mans, dove pure è stato grande, ma mai abbastanza per coronarla. Il suo cuore pulsa piuttosto per gli USA, che torneranno il terreno di caccia nella fase post-Formula Uno. Il palcoscenico è il campionato CART, dove Mario si batte tra gli anni ’80 e ’90, centrando il titolo di campione americano nel 1984, con il team Newman-Haas.

L’epopea di Andretti prosegue fino al 1994, ultima stagione agonistica. Seguirà qualche altra 24 Ore di Le Mans e un’ultima apparizione nelle pre-qualifiche della Indy 500 edizione 2003. A 63 anni suonati, Mario sfida il destino con l’obiettivo di far qualificare la vettura. Gli va male, perché quei pochi giri a vita persa terminano con uno spaventoso crash, da cui Andretti uscirà indenne. Ma solo il fatto di averci provato, anche a 63 anni, testimonia di un legame – quello tra Andretti e le auto da corsa – che nemmeno l’età è riuscita a scalfire.

Luca De Franceschi

Sono Luca, studio Lettere e seguo la Formula 1 da una decina d'anni. Mi sono appassionato a questo sport durante l'era dei successi di Michael Schumacher con la Ferrari, per poi assistere alle prime vittorie di Fernando Alonso, Lewis Hamilton e Sebastian Vettel. A casa ho diversi DVD sulla storia di questo sport, che mi hanno fatto conoscere i piloti e le auto del passato. Ho anche la passione dei kart, sui quali ogni tanto vado a girare.

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