2018Analisi della redazioneFormula 1Gran Premio Ungheria

Formula 1 | GP di Ungheria 2018: Sebastian Vettel merita rispetto

Budapest. Chiusa l’estate calda della Formula 1 con un Lewis Hamilton elogiato e rispettato. Sebastian Vettel paga con le male lingue quel -24.

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Tutto nelle mani del buon Sebastian Vettel, questo mondiale lo suggerirebbe dato il potenziale della Ferrari SF71H. Tutto difficile da tenere in pugno, come una sorta di serpente catturato, tenuto con un piede, con la testa ancora libera e pronta per mordere e lottare senza tregua.

La Mercedes e Lewis Hamilton non mollano niente, mettono un parziale sigillo in Ungheria alle defaillance austriache e tedesche. Sembrerebbero gettare nello sconforto il paladino di Heppenheim, e tutto quanto gira intorno alle sue speranze. Un team rosso intero, i sogni di ribalta di innumerevoli tifosi ed appassionati della leggendaria stimmate del fu Baracca, Francesco.

Molto in sintesi la mole di responsabilità gravante su Sebastian Vettel, il famosissimo discepolo del mito Michael Schumacher. Ed ecco l’ennesimo fardello, il reale metro di paragone, il grosso del contrappeso della sua bilancia interiore da quando ha voluto pigliarsi lancia, scudo, spada, armatura ed elmo e fregiarsi della effige di Maranello. Un compito mentale titanico.

Un ragazzo che ha strapazzato la Ferrari di Fernando Alonso, per quattro anni filati, di cui due in guerra diretta. Senza scrupoli, sentimentalismi di sorta, accecato dalla fame di successo, da una a caldo labile consapevolezza di cosa sia quel marchio ultracentenario nella storia intera del motorsport. Nella sua infanzia, quando ha meditato quell’idea di replicare il suo idolo. Almeno per una volta sola.

Vettel ha fatto cose pazzesche con questa sua “Loria”, azioni in pista da antologia, da titolo mondiale. Ha commesso sbavature, di piccola entità, tramutatesi in conseguenze decisamente severe. Non come quella delle qualifiche bagnate dell’Hungaroring, lì dove la sua colpa proprio non esiste. In primis è a conoscenza di cosa sia capace il suo avversario unico, di quanto l’abbia costretto a saturare talento e fermezza mentale di indole spocchiosa quando contro Nico Rosberg.

Il brutto è tramutare la delusione per gli altrui in sprezzo e cattiveria gratuita. Questo è quanto non si meriterebbe questo ragazzo di Germania, nella fattispecie quando le normali e sincere ammissioni di colpa dovrebbero far soltanto voltare pagina. Una piaga deleteria le lingue al veleno, di tanti, troppi, amanti dello screditare e nulla più, giusto per fomentare un calderone di illazioni del tutto illegittime.

Di costruttivo sempre si dovrebbe criticare, e qualcosa effettivamente il buon Sebastian potrebbe dover esplorare. Una chiave celata proprio nel suo nemico argentato, in quel Lord di Stevenage che ha capito di doversi mettere talvolta da parte, in tutto, per non perdere il focus sull’obiettivo ultimo. Un percorso da attuare in senso contrario, come quando in baldanzosa edificazione di un vantaggio vitale nel primo stint ungherese, avrebbe potuto suggerire di evitare quel mare di doppiati.

Forse, questa è l’arma riposta da troppo tempo dal pilota col #5 sul musetto, l’acume di non mettersi talvolta da parte. Occasioni rarissime in cui dai muretti rossi vari ed eventuali potrebbe covare l’errore di valutazione fatale. Anche se solo per mantenere una piccolissima chance di vittoria. La fiducia totale nei propri uomini è un nobilissimo e fondamentale requisito, a patto che rimanga complementare a quella privata, individuale.

Hamilton sembra imbattibile, sembra una macchina perfetta, lo sembra solo a guardare quella doppia dozzina di punti che gli stanno valendo la testa del mondiale. Una visione limitata, omertosa verso condotte d’annata sottotono, seppur non disastrose, ostile a dati di fatto riguardanti il suo emisfero lagnoso, quello incerto, l’anticamera di paure sue solo tamponate anche da un grande team come Mercedes.

Nessuno è perfetto, non Sebastian, figurarsi Lewis. Anche il condottiero tedesco è un campione del mondo, e di iridati stupidi non ne sono mai esistiti, prescindendo da tempi e modalità. Nessuno può inventarsi un posto nell’albo d’oro senza averlo nel sangue. Materia organica che all’uopo coi computer ha comunque niente a che fare. Chiedere a Niki Lauda, per credere.

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Gianluca Langella

Ingegnere Meccanico, operante come libero professionista nel mondo degli Impianti Tecnologici Civili ed Industriali. Innamorato di auto, e dall'arrivo di quel Tedesco nativo di Kerpen, votato alla causa Ferrari dal 1996. Un amore incondizionato per la F1, da me definita come "Lo Sport che risveglia i Talenti dell'uomo." Mi è mancato il coraggio di lasciare i miei natali per andare al Politecnico di Torino a studiare Ingegneria dell'Autoveicolo. Mi rimane la scelta di osservare, analizzare, godere e non, di tutto quanto offerto, di anno in anno, da questo beneamato sport motoristico. Mi resta un sogno nel cassetto, irrealizzato, da donare, eventualmente, ad un mio futuro figlio. Quello di vederlo diventare, un giorno, Ingegnere in Ferrari.

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