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Formula 1 | GP Messico 2017: il trionfo del cattivo Max Verstappen

In Messico un remake rivisitato del film di Sergio Leone, “Il Buono, il Brutto e il Cattivo”. Max Verstappen continua a sovvertire il finale di stagione

Città del Messico. Domenica piccante nel paese dei chili, una gara risoltasi in una manciata di metri dallo start. Un triello di sfida per la prima curva, una situazione tipica in cui a spuntarla è il solito Max Verstappen. Un piccolo scontro tra Lewis e Seb che li condanna all’inferno messicano.

Una mossa sagace, a dir poco, del cagnaccio d’Olanda, un tedesco in pole metaforicamente bucato per due volte, poco prima che l’ala anteriore della SF70H #5 andasse a forare la posteriore sinistra della sorpassante W08 #44. Questa, la battaglia ultima che ha risolto il GP del Messico 2017, una scazzottata di bad boys priva di repliche per i rimanenti 70 giri di gara. Un film dal finale doppiamente capovolto, dove, a ricordare la colossale pellicola di Sergio Leone, stavolta è stato il cattivo a fregare il buono ed il brutto.

Al “Cattivo”, Max Verstappen, non la si fa. Un terribile ragazzo che si esalta nei corpo a corpo, che sguazza nel cinismo più assoluto. Una sorta di bravissimo cuoco che, in men che non si dica, prepara il pentolone col più classico dei soffritti come gustosa base per la cottura, finanche, del campionissimo di turno. Una condotta di gara, poi, stellare, ad un ritmo imperioso, inavvicinabile per uno smunto Bottas, figuriamoci per un Raikkonen censurato nelle vicine retrovie alle prese con la Force India di Perez per troppi giri. Un assolo orange, un risvolto di fine stagione relativamente imprevedibile per chiunque. Una ombra abissale che pare aver completamente inghiottito Daniel Ricciardo, oramai in inarrestabile espansione, entrata prepotentemente sull’orizzonte del nativo di Heppenheim, facente capolino su quello del Lord di Stevenage. Su tutto, un olandese volante stavolta perfetto, chirurgico nelle sue mosse in pista, inapputtabile sul piano della legalità di intenti. La vittoria più bella e meritata delle tre conquistate finora, quella più matura, ancor più autorevole, stupenda.

Il “Buono”, Sebastian Vettel, finisce sul banco dell’imputato. Doppiamente raggirato, in quella doppia chicane, una frittata cocente causata involontariamente. Già, proprio il buono, l’aggettivo esemplare, nemmeno l’unico, “striscionato” dalle orde dei suoi detrattori, spuntati come funghi d’autunno. Il fesso della compagnia, del mondiale 2017, anche facile da infinocchiare quando partente in pole su di una pista presentante un bel pezzo di strada dritta fino all’imbuto della prima curva. Definizioni di comodo, di carattere parziale nel senso più assoluto, allo stesso tempo tendenti ad una distorta ingiusta generalità. Anche solo ricordando i fatti in partenza di domenica scorsa in quel di Austin. Più coscientemente, qualcuno stavolta è stato più bravo di lui, sebbene il merito si contrappone spesso al demerito, sebbene esiste il precedente di Russia. Nonostante, nell’ennesimo rimontone dell’anno, sono emerse le sue buone possibilità di vittoria visto il ritmo gara profuso dalla sua Gina. Finisce qui, lì, a Città del Messico, anche se il verdetto della partenza messicana ha significato ancora pene dell’inferno per la Ferrari ed i ferraristi, ma l’autocritica di Sebastian dovrebbe essere, restare, l’unica corretta frontiera di giudizio. Ammesso e non concesso che gli venga riconosciuta codesta di qualità dall’immaginario collettivo.

Il “Brutto”, Lewis Hamilton, non di fatto, soltanto per esclusione, è la vittima della scazzottata, nel giorno in cui covava la chiusura dei giochi iridati con la vittoria. Si salva, giustamente, corrucciato nell’idea che il rivale tedesco lo abbia deliberatamente speronato. Ignorante di quel sovrasterzo di potenza, forse, accusato dalla Ferrari #5, quale probabile causa scatenante del tagliente contatto. Un Lewis in patimento, più che per i danni vettura, per l’orgoglio, per la privazione di intenti, per una pena ingiusta sentenziata da un processo superficiale, nonché senza appello. Tutto è bene quel che finisce bene, a vincere è quel pilota di nome Max Verstappen, l’altro, di rosso vestito, è monitorato da un grande fratello di nome muretto Mercedes. Una voce soave, allietante, a sostegno dell’animo del leone nero di Inghilterra ferito e trascinato occasionalmente nell’inferno Ferrari, da Vettel. Un lieto fine per il brutto della compagnia messicana, col quarto mondiale archiviato, in bella vista in bacheca, con l’esorcismo del titolo 2016 perso dal sottovalutato Nico Rosberg.

Il “Brutto” può bivaccare, l’unico a sapere ancora in quale tomba si nasconde il malloppo. Il “Cattivo” sta intuendo il segreto, inizia a sentirne il profumo, vuole assolutamente provarne il sapore. Vuole il malloppo, innanzitutto ai danni del “Buono”, finito rovinosamente al suolo con l’amaro in bocca, ancora col cappio al collo tranciato dalla freccia d’argento scoccata dallo sghignazzante e sfuggente “Brutto”.

Scritto da: Gianluca Langella

Gianluca Langella

Ingegnere Meccanico, operante come libero professionista nel mondo degli Impianti Tecnologici Civili ed Industriali. Innamorato di auto, e dall’arrivo di quel Tedesco nativo di Kerpen, votato alla causa Ferrari dal 1996.
Un amore incondizionato per la F1, da me definita come “Lo Sport che risveglia i Talenti dell’uomo.” Mi è mancato il coraggio di lasciare i miei natali per andare al Politecnico di Torino a studiare Ingegneria dell’Autoveicolo. Mi rimane la scelta di osservare, analizzare, godere e non, di tutto quanto offerto, di anno in anno, da questo beneamato sport motoristico. Mi resta un sogno nel cassetto, irrealizzato, da donare, eventualmente, ad un mio futuro figlio. Quello di vederlo diventare, un giorno, Ingegnere in Ferrari.

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