F1 GP Austria 1999 Eddie Irvine Ferrari
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Formula 1 | F1 Story 1999, GP d’Austria: l’investitura Ferrari di un impensabile Eddie Irvine

Dopo Silverstone, Eddie Irvine al Gran Premio d’Austria 1999 divenne il nuovo condottiero per la caccia all’iride della Ferrari

Il Gran Premio d’Austria del 1999 fu orfano del primo della classe, Michael Schumacher. Gravi furono le conseguenze fisiche dovute all’incidente di appena 15 giorni prima in quel di Silverstone. Vinse Eddie Irvine su Ferrari F399.

Un annus horribilis, visto quanto accadde a Schumacher alla curva Stowe del tracciato di Silverstone. Un mondiale Rosso probabile. Impossibile dopo l’uscita di scena, forzata, del primo pilota del Cavallino. Una settimana per sperare che quell’impatto non compromettesse il proseguo del campionato, due settimane per accettare che il Kaiser avrebbe dovuto abbandonare i suoi, e nostri, sogni iridati.
Sarebbe stato il ventesimo anno senza uno stralcio di titolo mondiale per la Ferrari. Il mondo che crolla addosso al sognante popolo rosso, ancora una volta, dopo la morte di Gilles Villeneuve ’82, le sconfitte iridate di Alboreto ’85, di Prost ’90, e proprio di Schumi ’97 e ’98.

Per Michael, oltre al danno, sarebbe potuta arrivare anche la beffa targata Eddie Irvine. L’incredibile pilota d’Irlanda, l’allora gregario che trovò l’occasione per legittimare la sua figura di preposto, di colui che avrebbe potuto riportare lo scettro a Maranello.
Lo sciupafemmine per antonomasia, il giocatore di borsa, il perspicace investitore. Un uomo intraprendente, sicuro, talentuoso, lontano dal volante. Un uomo che sfruttava la Formula 1 per questioni anche di immagine, per cercare il tornaconto personale lontano da asfalto, box, fabbrica e quant’altro. Un furbacchione innamorato della bella vita, tutt’altro che sconsiderata, certamente mondana, razionalmente parsimoniosa.
Per questo, un pilota poco convincente in ottica obiettivo mondiale. Un pilota che in pista sembrava passivo, disinteressato, disimpegnato, a tratti inaffidabile ed impacciato.

Proprio in Austria l’irlandese si lanciò per la conquista del titolo, incitando gli animi rossi, richiamando le ventennali speranze che, in quelle due settimane, rimasero a far compagnia al tedesco nel suo letto d’ospedale. Il complice, per ironia della sorte, fu proprio lo stesso che a Spa ’98 concorse all’episodio che contribuì alla sconfitta iridata ferrarista di quell’anno, David Coulthard. Già, lo scozzese della McLaren-Mercedes, le allora famigerate frecce d’argento del genio Adrian Newey.
Il GP di Austria ’99, a qualifiche concluse, restituì uno scenario inequivocabile per la Ferrari. Maranello, abbiamo un problema! Si, perché la mancanza del due volte iridato di Kerpen stava tutta in quel secondo rimediato dalla rossa #4 sul giro secco dal campione del mondo uscente, Mika Hakkinen. Un +1.019 secondi che rese inconcepibile, per noi tutti, quanto avvenne alla domenica.
Il caro David speronò Mika in un tentativo di sorpasso. Hakkinen fu chiamato al rimontone vista l’irriverenza del suo compagno di colori, vittima di un pasticcio spesso classico dei gregari. Una rincorsa finnica che si arrestò al terzo posto finale. Un Coulthard proiettatissimo alla vittoria austriaca, infinocchiato dall’imprevisto Irvine con l’ausilio della tattica del sorpasso ai box, ideata da Schumi ad Interlagos ’94.
Da un lato, una vittoria Ferrari, di lì in poi, al cardiopalma, sofferta, sudata, meritata. Dall’altro un eterno secondo, lo scozzese, che ancora una volta si dimostrò un fallimentare finalizzatore.

“Quel 25 Luglio, di quasi 17 anni fa, mi trovavo in vacanza coi miei. Al sabato vidi al bar del ristorante dell’albergo le qualifiche. Avvertii che tutti i sogni di gloria erano finiti lì dove si trovava l’amato Schumi. L’indomani, nel mentre di tutta la gara, mi fece compagnia una pioggia battente. In quel ristorante alle rive del Trasimeno c’era pochissima gente, qualche commensale disinteressato, qualche disturbatore disincantato che tentava di interagire durante la visione del gran premio. A gara terminata, a vittoria acquisita, rimasi in parte stupito, solo in parte soddisfatto. Quella vittoria fece terminare la pioggia, diradò le nubi, seguirono i raggi del tramonto. Sul lungolago del paese vicino tirava aria fresca, freddina, ma dentro ero felice, e pensieroso. Avvertii il ritorno delle ventennali speranze, la probabile beffa per Michael, un forse possibile mondiale Rosso, finalmente, ma conquistato dall’impronosticabile Irlandese.”

Lo scherzetto arrivò a Suzuka, all’ultima gara di quella tribolata stagione ’99. Eddie giunse terzo alla bandiera a scacchi, ad un impensabile distacco di 1 primo e 30 secondi circa dal secondo, l’allora gregario Schumacher. Il buon Eddie mostrò in quell’occasione tutti i suoi limiti di pilota.
Una beffa targata Irvine, quindi, destinata unicamente ai ferraristi convertiti, e non, disposti a tutto a patto di placare quella ventennale, insopportabile, fame di mondiale.
Mika Hakkinen su McLaren-Mercedes conquistò il suo secondo, ed ultimo, titolo iridato in Formula 1 con la solida affermazione nella terra del sol levante.

Quel podio Rosso consegnò il titolo costruttori al Cavallino Rampante dopo 16 anni di relativo digiuno. L’anticamera ultima, che sancì l’inizio del magnifico Quinquennio Imperiale, l’inizio della presumibile Leggenda del Barone Rosso.

Gianluca Langella.

Scritto da: Gianluca Langella

Gianluca Langella

Ingegnere Meccanico, operante come libero professionista nel mondo degli Impianti Tecnologici Civili ed Industriali. Innamorato di auto, e dall’arrivo di quel Tedesco nativo di Kerpen, votato alla causa Ferrari dal 1996.
Un amore incondizionato per la F1, da me definita come “Lo Sport che risveglia i Talenti dell’uomo.” Mi è mancato il coraggio di lasciare i miei natali per andare al Politecnico di Torino a studiare Ingegneria dell’Autoveicolo. Mi rimane la scelta di osservare, analizzare, godere e non, di tutto quanto offerto, di anno in anno, da questo beneamato sport motoristico. Mi resta un sogno nel cassetto, irrealizzato, da donare, eventualmente, ad un mio futuro figlio. Quello di vederlo diventare, un giorno, Ingegnere in Ferrari.

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