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Ayrton Senna, un pellegrinaggio che sa di speranza

Solo i miti come Elvis o i Beatles lasciano il mondo e, dopo parecchi anni, sono ancora ricordati e divinizzati, con amore e passione. E dopo quasi 20 anni anche il brasiliano continua a essere uno dei membri di questo esclusivo club. Chiedi chi era Senna. Per gli appassionati più attempati un mito mai dimenticato, per le nuove generazioni un personaggio da scoprire su video, immagini e libri. Era molto di più di un pilota, era il casco giallo sulla griglia di partenza che catturava gli occhi dei telespettatori, era il mago della pioggia, che sotto al diluvio universale dava prova della sua abilità e maestria al volante. Un idolo non corre senza quattro caratteristiche fondamentali: il talento, il successo, il carisma e la circostanze favorevoli. Amava la velocità. Viveva per lei e morì anche, per lei.

Il nome di Ayrton Senna evoca, nella memoria di tutti, la Formula 1 d’altri tempi, sulla pista così come nella vita di tutti i giorni era magnetico, affascinante e folle: una personalità complessa e impenetrabile, un pilota emozionale, impulsivo, un talento naturale. Le sue imprese erano le imprese del Brasile che, dilaniato dalla crisi e dalla fame, ha fatto di Ayrton Senna il miglior prodotto esportabile: l’espressione pura dell’automobilismo sportivo, l’essenza mistica delle corse.

Quel 1° maggio 1994, la festa dei lavoratori, forse l’unico giorno in cui Ayrton avrebbe fatto anche a meno della sua passione che ne è diventata un lavoro. Un presagio? Forse. L’unica cosa certa è che quel maledetto fine settimana di Imola aveva un’aura negativa, sembrava come l’uomo con la falce si nascondesse tra i box, pronto a fare, anche lui, il suo ingresso in pista. Il venerdì Barrichello rischiò veramente molto, il sabato il pubblicò assistì alla morte sull’asfalto di Roland Ratzenberger e Senna rimase profondamente colpito da questo fatto. Il brasiliano era molto attento alla sicurezza, sua e dei suoi colleghi, assieme a Berger era il sindacalista. Dopo la scomparsa di Roland, al sabato, Senna e Berger provarono a parlare con la Direzione della corsa ma trovarono la porta chiusa, almeno così si dice. Ayrton decise che avrebbe corso comunque, per il compagno morto e per i milioni di tifosi che lo seguivano.

Sono passati quasi vent’anni da quel maledetto 1° maggio 1994 che si portò via Ayrton Senna. Il pilota brasiliano ha visto lo spegnersi della sua esistenza in una fredda stanza d’ospedale, italiano, per la precisione stiamo parlando dell’Ospedale Maggiore di Bologna. L’ultima persona che tentò di strapparlo dalla morte fu una donna, la dottoressa Maria Teresa Fiandri, primario del reparto di Rianimazione. Tutto è stato inutile, il pilota arrivò in Ospedale già in condizioni critiche, era in coma e i risultati della Tac fecero capire fin dai primi attimi che le lesioni erano enormi. Solamente un miracolo poteva salvarlo.

Due decenni dalla sua morte eppure il pellegrinaggio alla tomba al Morumbi Cemetery di San Paolo del Brasile, è continuato incessante in questi anni. «Nessuno mi può separare dall’Amore di Dio», si legge. Ayrton, simbolo del Brasile, una Nazione cambiata da quella data. Una piccola targa d’ottone spica tra l’erba, non ci sono lapidi ma solo fiori, bandiere, pelouches, proprio come se non fosse mai andato via. «Le scuole portano i bambini qui a visitare il posto dove oggi Ayrton riposa. Ma ci sono anche un sacco di giapponesi che si fermano qui. Alcune persone, addirittura, arrivano direttamente dall’aeroporto e si fermano qui a pregare, prima di andare a visitare la città», ha raccontato Alan Estevao alla Reuters, una delle guardie di sicurezza del cimitero.

Ayrton Senna è sempre stato più di un pilota. Un simbolo, un uomo da imitare in un momento in cui il Brasile aveva bisogno di un’immagine positiva. Ayrton credeva nella sua Nazione e nel suo popolo. Sventolare la bandiera verde-oro a fine gara non era un vezzo da star, era una conferma dei suoi solidi principi che ancora adesso rendono Ayrton Senna l’Immortale.

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Scritto da: Eleonora Ottonello

Eleonora Ottonello
Mi chiamo Eleonora, ho 28 anni e sono di Genova. Dopo il liceo linguistico ho iniziato a studiare comunicazione nella speranza di realizzare il mio sogno di diventare giornalista. Vivo sempre con la testa sulle nuvole, mi piace scrivere e sono una tifosa di Formula 1 atipica: non ho un team del cuore ma il pilota, Fernando Alonso che tifo fin dal 2001. Per il resto sono pignola ma disordinata, pasticciona e folle. Sono una selezionatrice: se è vero che «gli amici sono la famiglia che scegli», quelli veri li conto sulle dita di una mano ma il mio motto è 'meglio pochi ma buoni'.

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