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Ayrton e la mia prima volta affianco a te…

Nello stile che ci contraddistingue, ancora una volta sono i nostri lettori a diventare protagonisti del nostro sito di notizie. Un paio di settimane fa abbiamo ricevuto una lettera, una mail, molto commovente da parte di Lucrezia, una nostra amica imolese di nascita ma stabile a Cattolica da ormai dieci anni, prima per una questione di cuore e poi anche di lavoro. Quanti di noi, tra chi non ha ancora avuto la possibilità, ha sognato e risognato di incontrare il proprio idolo, saremo capaci di ogni cosa, ogni escamotage anche solo per avvicinarci a lui e Lucrezia lo ha fatto. Il suo Campione, ieri come oggi, è Ayrton Senna e questa è la sua storia.

 

Sono passati vent’anni da quel tragico 1 maggio 1994, ancora di più dalla prima volta che ti incontrai. Lo ricordo ancora nitidamente, come se stessi parlando di ieri. È una di quelle emozioni che ti entrano nella pelle, che iniziano a percorrere il tuo corpo facendosi portare dal sangue. È una di quelle cose delle quali vai fiera, che senti di dover urlare al mondo, è un po’ come dire io c’ero, ce l’ho fatta. Era il 13 maggio 1990 all’Autodromo Enzo e Dino Ferrari di Imola si stava disputando il Gran Premio di San Marino. Io avevo 22 anni, ero una studentessa di legge appassionata di Formula 1, anzi, dovrei dire solo ed esclusivamente fan di Ayrton Senna. Strano a dirsi perché sono cresciuta in quella terra dei motori patria della Ferrari, eppure a me il Rosso non diceva niente, preferivo il verdeoro.

Un mio amico, all’epoca riuscì ad entrare in Telecom (che all’epoca era ancora Sip). Per la prima volta da quando ha iniziato a lavorare per l’azienda venne mandato in autodromo, per il Gran Premio, per svolgere servizio d’emergenza. Questo significava che, se qualche centralina saltava, lui era li pronto e scattante per risolvere il guasto. La normalità per lui. Non aveva il classico pass attorno al collo, a lui bastava la casacca della Sip e un braccialetto con su scritto insider, addetto ai lavori. Il giorno prima del GP mi chiamò a casa, perché all’epoca non c’erano ancora i cellulari, mi disse se volevo andare a vedere la Formula 1 all’indomani, se ero mai entrata nei paddock. Ricordo che gli feci una risata al telefono che perfino mia madre venne nel salone per capire cosa stesse accadendo, Marco nei paddock? Quello stesso Marco, al quale non gli interessava nulla della Formula 1? Ero sicura che mi stava prendendo in giro. A differenza delle altre volte non sentii risatine di sottofondo, era serio, davvero. Mi spiegò che avrebbe dovuto essere in autodromo per lavoro e che aveva la possibilità di farmi passare. Senza pensarci su troppo, accettai e l’indomani mattina già mi trovavo davanti ai paddock alle 06.30, con Marco e il furgoncino rosso e bianco della Sip.

Non ero mai riuscita ad entrare nel paddock, mai mi ero avvicinata così tanto ai piloti. All’epoca non c’erano smartphone o macchine digitali. Mi ricordo che l’unica cosa che mi ero portata e che, su sottoscrizione di Marco dovevo tenere nascosta, era una macchina fotografica usa e getta da 24 foto, oltre a un blocchettino per gli autografi. Il mio obiettivo era incontrare e vedere Lui, Ayrton. Colpita dal suo carisma, dal suo magnetismo contagioso, a Imola, sembrava quasi come per farmi un regalo, partiva, ancora una volta dalla pole position. Già mi pregustavo il momento della vittoria, lui, bello come il sole a festeggiare sul gradino più alto del podio. Iniziò la mia caccia forsennata. Il colmo fu che non riuscii a incontrarlo, o a stringergli la mano, a chiedergli semplicemente un autografo. Erano circa le 12.30, lo intravidi, peccato che veniva risucchiato da una coltre disumana di giornalisti e fotografi, entrò nel box e non lo vidi più.

Iniziò la gara. Ayrton mantenne la testa della corse mentre alle sue spalle si scatenò il caos. Per un errore di Mansell, Capelli andò a sbattere contro le barriere e poi venne centrato da Nakajima. Tutto continuò liscio come l’olio fino al terzo giro, maledetto terzo giro quando Senna dovette ritirarsi per un cerchione rotto. Che delusione e che amarezza. Una gara che poteva tranquillamente vincere buttata nelle ortiche. Ero staziata in zona del motorhome McLaren, girata con il mio viso verso l’entrata principale. Cercavo di studiarmi un discorso da fare ad Ayrton per fargli capire quanto lo tifassi, da quanto tempo lo seguivo e tutte queste cose stupide, che probabilmente a un pilota nemmeno interessano. Poi il sogno diventò realtà. Mi sentii toccare la spalla e con un accento straniero, un uomo mi disse scusa, spostandomi gentilmente da un lato perché doveva salire le scale. Non mi girai, solamente quando lui mi fu davanti capii chi fosse: la tuta rossa, quella degli uomini della McLaren, i ricci fluenti al vento, quella voce dolce. Era Ayrton e io non riuscii a spiaccicare una parola, come dice mio figlio. Non potevo andare via, come è entrato sarebbe uscito. Attesi, 1 o forse due ore, in piedi come una statua. Poi uscii di nuovo. Questa volta era ben vestito, pronto per lasciare l’autodromo. Non aveva un capello fuori posto. Mi feci coraggio e lo avvicinai.

Lui fu molto cordiale e paziente, mentre camminava gli raccontai cosa avevo fatto per entrare nel paddock per provare ad avvicinarlo. Chiesi a una donna che era poco davanti a noi se poteva farmi una foto con lui, si mise in posa, per nulla scocciato, sorridente e rilassato nonostante la gara andata male, nonostante i punti persi. Una scena che oggi, per un pilota moderno, non sarebbe nemmeno amissibile. Ayrton mi fece anche un autografo e ricordo ancora le sue parole: «Dopo tutta la fatica che hai fatto per entrare, non puoi andare via a mani vuote». Mi salutò e se ne andò. Io rimasi inebetita e quando Marco tornò per avvisarmi che il nostro turno era finito, che staccavamo, sembravo in trance. Capii tutto solo vedendo quel gioiello sul mio blocchetto degli autografi.

Il giorno dopo portai a sviluppare le foto e con somma amarezza scoprii che quella foto, l’unica veramente importante del rullino, non era venuta, era stata scattata ma essendo l’ultima del rullino si vedeva solo metà foto (rimase impresso solo Ayrton) mentre la sottoscritta fu annerita. Mi ricordo che scoppiai a piangere dal fotografo, non volevo crederci, dopo tutta la fatica fatta. Se ci ripenso a distanza di anni c’è un rovescio della medaglia. Sarà l’acquisita maturità, sarà non so cosa ma non può essere un’immagine a rendere indelebile un momento. È il ricordo che lo ferma nella tua mente. E così, oggi come allora, ricordo quella magica sensazione, nitidamente: la sua calda mano sulla mia spalla, la sua voce dolce, il suo sorriso rilassato, il profumo che aveva addosso. Sensazioni, che pervadono il corpo, meglio di una foto che ingiallirà col tempo.

Lucrezia Dalmaso

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Scritto da: Redazione

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